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I quattro Vangeli sono documenti storici?

   

Vedi una sintesi della storia dei Vangeli

 

Nessuno è in grado di spiegare come realmente sono stati scritti i Vangeli, se ci limitiamo alle informazioni che ci sono pervenute. Occorre interrogare più direttamente i quattro libri, correggendo alcune traduzioni. E non è il nostro studio che ci dà la soluzione, ma i Vangeli stessi, con quello che contengono: tutto ciò che è stato aggiunto o aggiungiamo di nostro, chiaramente ci allontana dalla verità storica. Solo in un secondo momento possiamo utilizzare le notizie che ci sono arrivate dal II secolo in poi.

Anche ignorando come i Vangeli siano storici, dobbiamo riconoscere che tuttavia non esisterebbero nemmeno, se non lo fossero. Se, infatti, leggiamo i testi senza i vari simbolismi - pur tutti edificanti - che vi sono stati aggiunti, possiamo notare che il contenuto dei Vangeli ha valore soltanto se è storico, perché è semplice racconto, privo di considerazioni filosofiche o teologiche di chi ha scritto. Tranne il prologo di Giovanni e qualche breve frase qua e là, tutto è parola o opera del Cristo e non sempre gli scrittori ne hanno capito il significato.

La Chiesa ha costantemente affermato che i Vangeli sono racconti storici.

Lo possiamo affermare di nuovo, senza esitazione, ma dopo aver risolto una questione decisiva: perché il Vangelo di Matteo, pur riportando quasi tutto quello che troviamo nel Vangelo di Luca, è diverso da questo in tutti i modi possibili?

Rispondiamo semplicemente che sono stati gli autori del Vangelo di Matteo a cambiare molte cose, e a ragion veduta, per motivi editoriali.

Detto ciò, tutto il resto troverà sistemazione adeguata.

Osservazioni o domande?

chi lo dice?

perché insistere?

come?

"città sul monte"

"unico mediatore"

valore legale

per la vita

5 agosto del 17 a.C.


urna di Giacomo?

Apocalisse e Vang.


torna a Vangeli

   

Perché insistere tanto nel verificare se i Vangeli sono documenti storici?

 

Quel che Gesù ha detto e ha fatto, come lo raccontano i Vangeli, rende lui presente e vivo per tutti e in ogni tempo. Viceversa, rivedendo e riascoltando lui, ciascuno lo può sentire come sostegno e guida in ogni situazione.

Se i Vangeli raccontano cose vere e storiche, anche la presenza di Gesù e il suo sostegno sono veri, concreti e validi per tutti, che "ci credano" o no.

Anzi, siamo infinitamente più sicuri nelle sue mani che con i piedi per terra.

Non è indifferente che i Vangeli siano libri storici oppure non lo siano, perché i fatti che essi riferiscono sono fondamentali, anche per chi non accetta pienamente il messaggio di Gesù Cristo. Come non è indifferente che ogni Vangelo renda più chiaro e preciso quello che dicono gli altri tre, o che invece, confrontandoli, diano luogo a questioni interminabili.

C'è necessità di essere sicuri che i Vangeli siano storici, perché si può credere solo a una realtà e non a meditazioni, che rischierebbero di essere soltanto umane, seppure ispirate dallo Spirito Santo. Infatti: per quale motivo lo Spirito Santo dovrebbe aggiungere qualcosa alle parole e opere di Gesù? Il Cristo (Messia) non ha compiuto la sua opera in modo completo?

C'è qualcosa che rende difficile capire se i Vangeli sono veramente documenti storici, ciò che normalmente non succede per altri libri antichi. Sembra che ci siano stati passaggi complicatissimi, dai fatti della vita di Gesù fino ai testi scritti che ci sono stati trasmessi nella comunità ecclesiale.

A tal punto che non si potrebbe conoscere Gesù leggendo i Vangeli, ma sarebbe necessario interpretarli nel modo giusto; e anche chi, nella Chiesa, ha l'autorità di interpretare i Vangeli, dovrebbe parlare in modo troppo difficile per i bambini e le persone semplici. Sarebbe necessario per tutti studiare teologia.

E dopo tutto questo, solo chi ha già ricevuto il dono della fede potrebbe credere in Gesù Cristo. Ne risulta un circolo vizioso.

Non serve, a dare sicurezza, considerare i Vangeli "generi letterari storici" secondo i canoni di duemila anni fa, cioè poco aderenti alla realtà storica, anzi ciò complica il problema.

Né si può usare la filosofia per supplire all'incertezza dei fatti: senza questi, la fede si fonda su idee soltanto umane.

La Chiesa, al di là della confusione di notizie che ci è pervenuta, affermava che i Vangeli sono racconti storici e che Dio ha fatto sì che gli evangelisti, raccontando quanto conoscevano, abbiano scritto ciò che era importante per la fede, senza errori e senza divagazioni. Chi si fidava dell'autorità della Chiesa si sentiva sicuro. Questa sicurezza negli ultimi secoli è stata smantellata.

La Chiesa, sulla verità portata da Gesù Cristo, ha sicurezze soprannaturali, che però razionalmente sembrano quasi impossibili da provare. Sembra che vada bene così, perché - si dice - la fede, se fosse provata razionalmente, che fede sarebbe? Se ciò in cui si crede fosse evidente, che fede sarebbe? Eppure i primi cristiani credevano a un'evidenza storica, a cui aderivano e che ci hanno trasmesso integra, mentre altri, come i sommi sacerdoti e molti scribi, non hanno aderito all'evidenza.

Per arrivare a una vera soluzione, incominciamo con il notare che ci sono traduzioni da rifare in modo più esatto.

Se è possibile una traduzione più accurata e diretta, che recupera l'autorità dei testimoni originari, non la si può ignorare.

Qui, con umiltà ma anche con decisone, si vuole affrontare il problema prendendo notizie direttamente dai Vangeli. Si intende far parlare i Vangeli stessi e altri documenti.

Si intende mostrare che chi ha scritto i quattro libri aveva intenti molto precisi, giuridicamente e storicamente validi, e che questi reggono il confronto con qualsiasi critica.

I Vangeli sono stati trasmessi, senza comprenderli del tutto, come un tesoro, anche storico, destinato a essere riscoperto nei secoli.

Se la storia dei Vangeli qui esposta è diversa dal solito, è però lineare e non arrischiata. Ciò che si ottiene è più adatto allo spirito evangelico, cioè ai bambini.

Si deve anche notare che moltissime questioni, che hanno diviso i Cristiani, tra loro e dagli Ebrei, potrebbero svanire se si tenesse conto del fatto che i Vangeli e tutto il Nuovo Testamento sono stati scritti nel periodo di circa trent'anni in cui i Cristiani erano impegnati a mantenere la pace con gli Ebrei e con i Romani.

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Come i Vangeli sono storici?

In realtà il "problema sinottico" non è così difficile da risolvere. Non c'è alcun enigma, alcun mistero (vedere Storia dei quattro Vangeli).

Chi ha scritto i quattro Vangeli, non poteva avere uno scopo più valido di quello di far conoscere Gesù Cristo nel modo più esatto.

I Vangeli contengono il Mistero di vita del Figlio di Dio, che possono raggiungere per primi i bambini. Raccontano le opere e le parole divinamente semplici di Gesù, i percorsi della sua predicazione, compiuti semplicemente a piedi e non fatti di ragionamenti.

  

Perché ci vogliono 35-40 anni, dopo la risurrezione, prima che gli evangelisti scrivano il Vangelo?

Effettivamente ciò sarebbe inspiegabile, dato il soggetto così unico. Di Gesù non si poteva ricordare qualcosa soltanto, dopo diversi anni, rischiando di deformare anche quel poco. I Vangeli in realtà erano già completi una quindicina d'anni dopo la risurrezione, nel 47 d.C.

Per capire la "mentalità" con cui è stato scritto ciascuno dei quattro Vangeli si deve ricordare che riflettono tutti e quattro l'ambiente di Palestina, da punti di vista diversi, perché sono stati composti in questa terra, durante 18 anni, tra il 29 e il 47 d.C.

Anzi, sono stati scritti tutti a Gerusalemme, dall'unica Chiesa, con diversi scopi giuridici o missionari, ma non per Chiese diverse, e ciascuno tiene pienamente conto degli altri tre.

 

Quale era la situazione di Gerusalemme a quel tempo? Che lingua si parlava?

Era una città internazionale e confusa. La lingua corrente era l'aramaico e l'ebraico era la lingua dei libri sacri; ma c'erano numerosi ebrei che parlavano il greco e leggevano la Bibbia in greco.

 

Quali sono le lingue originali dei Vangeli?

Le traduzioni ebraiche dei Vangeli non sono originali. Alcuni studiosi, in periodi diversi, hanno provato a ritradurre i Vangeli in ebraico o in aramaico per scoprire significati particolari, che non sembrano esserci in greco, o per ricostruire un ipotetico originale. In effetti l'originale aramaico c'era, ma fu tradotto fedelmente in greco da Luca.

Nessun altro testo evangelico è originale in ebraico o aramaico, ma in greco, come ci è pervenuto.

 

Perché quattro Vangeli?

  Sono nati da esigenze precise:

1. scrivere ciò che succedeva e non si doveva dimenticare o deformare;

2. necessità di testimonianza certificata da pubblici ufficiali per le autorità favorevoli di Gerusalemme e di Roma, in particolare dimostrare al Senato di Roma che Gesù era Dio (Luca: documento-testimonianza per Tiberio);

3. esigenza di testimoniare il Messia per quelli di Gamla (Giovanni: libro di storia sacra, ma interamente di testimonianza precisa, e di insegnamento);

4. scrivere un libro sacro per le scuole ebraiche e, nello stesso tempo, un testo legale per le autorità ebraiche (Matteo greco);

5. raccontare i fatti nel modo più concreto, ai nobili e al popolo di Roma (Marco: sintesi completa);

 

Sinottici e Giovanni

Il rapporto tra i Vangeli è fissato all'origine stessa: fin dall'inizio dei fatti, nell'anno 29 d.C., scriveva Matteo con i suoi collaboratori e scriveva Giovanni, non potevano annotare le stesse cose e ciascuno sapeva quello che fissava l'altro.

Non c'è niente da temere nel mettere a confronto i quattro Vangeli, anche perché risulta che non vi è alcun contrasto reale tra di essi:  

- Luca e Giovanni, che erano ritenuti posteriori, in realtà riferiscono le testimonianze più immediate e, combinati insieme e completati da Matteo e Marco, danno il racconto storico più preciso:

vedere esempio di combinazione;

Matteo e Giovanni scrissero «fin dall'inizio» della vita pubblica di Gesù;

Matteo pubblicò subito, in "ebraico"; Luca tradusse in greco e copiò questa «relazione» di Matteo.

- Matteo ha presenti Luca e Giovanni, ricompone e completa:

gli scribi di Matteo, ad esempio(26,7-13), riprendono da Giovanni (12,1-11) l'episodio di Maria sorella di Lazzaro, che nella cena a Betania unge di profumo i piedi di Gesù, ma, come al solito, cambiano i particolari. Il fatto non era scritto nel primo Vangelo di Matteo in "ebraico" e, per questo, Luca non lo ricorda.

- Marco ha presenti gli altri tre, li ravviva con le testimonianza dell'apostolo Pietro e cerca di rispondere a tutte le domande che suscitano:

un esempio di sinossi, a sostegno di ciò;

inoltre anche Marco (14,3-9) copia da Matteo l'unzione di Betania, ma da Giovanni copia il valore dell'unguento: «trecento denari».

- Dopo aver trovato il punto di vista originario e la collocazione storica dei Vangeli, ormai tutto il Nuovo Testamento, compreso l'Apocalisse, si ritrova collocato storicamente; ciò che appariva enigmatico viene chiarito dai Vangeli stessi:

ad esempio, un passo misterioso (2 Ts 2,7), «Infatti il mistero del disordine è già in azione: solo che esca di scena colui che fino a ora lo trattiene», diventa chiaro e concreto se ammettiamo che si riferisca a Teofilo, sacerdote di Gerusalemme. Questi accoglieva il Vangelo di Luca come documento da consegnare all'imperatore Tiberio, a prova delle divinità di Gesù. Ancora Teofilo accoglieva gli Atti degli Apostoli come prova in favore di Paolo di Tarso e della religione cristiana, quando Paolo doveva essere giudicato da Cesare, ossia da Nerone.

I Vangeli, letti a partire da Giovanni e Luca combinati, non richiedono tutto un altro lavoro di esegesi e non diventano complicati in un altro senso. Semplicemente si spiegano nel modo più concreto.

A sostegno del modo di leggere i Vangeli qui indicato non è necessario portare molti argomenti (vedere: Gesù Cristo).

Basta provare a leggerli così, e ci rendiamo conto di entrare in contatto diretto con i testimoni e quindi con i fatti storici.

Si può approfondire senza limiti la realtà che descrivono.

Quando noi li leggiamo, si ricompongono sotto i nostri occhi gli avvenimenti, scompaiono i due millenni che ci separano da essi e possiamo spaziare nel mistero di Gesù Cristo. La stessa Tradizione viva della Chiesa viene riconfermata dai documenti storici evangelici.

«Si è detto che questa (l'epigrafe dell'ossario di Giacomo) era la prima testimonianza "materiale", cioè non letteraria, sull'esistenza storica di Gesù: essa partecipa, come capita spesso alle testimonianze "materiali", a carattere epigrafico o archeologico, come capita in particolare alle testimonianze "materiali" riguardanti le origini cristiane (penso alla Sindone, al titulus Crucis, al cosiddetto editto di Nazareth) al rischio delle contestazioni sull'autenticità o sull'interpretazione: a questo rischio, come si è visto dalle osservazioni del Thiede, neppure l'epigrafe dell'ossario di Giacomo si sottrae. Le fonti letterarie, non solo gli scritti del Nuovo Testamento, alla cui storicità io credo fermamente, ma anche le testimonianze pagane (di Tacito e di Mara Bar Sarapion) e giudaiche (di Giuseppe Flavio) ci forniscono in definitiva le certezze più sicure».

(Marta Sordi)

(In realtà questo ossario si è rivelato un falso moderno su un'urna del I secolo)

Che rapporto c'è tra i Vangeli e l'Apocalisse?

L'Apocalisse prende l'avvio dal capitolo 21 di Luca, in cui Gesù predice l'abbandono di Gerusalemme e alcune cose sul futuro di Israele. In questo capitolo di Luca e in altri passi Gesù usa un linguaggio simbolico, apocalittico appunto; ma i Vangeli non raccontano fatti con questo linguaggio figurato.

Perciò è abbastanza evidente che Luca è «la voce» e «l'angelo» che fa notare a Giovanni «le cose che hai visto, quelle che sono e quelle che stanno per accadere dopo queste» (Ap 1,19)

L'Apocalisse è tutta opera degli evangelisti, Luca e Giovanni, che hanno cercato di estrarre dalle parole e opere di Gesù tutto quello che potevano soltanto loro.

Dietro alla maggior parte degli scritti del Nuovo Testamento c'è l'opera di Luca, «il fratello che ha lode in tutte le Chiese a motivo del vangelo» (2 Cor 8,1), o come traduttore, o come scrittore, o come ispiratore.

Prove storiche su Gesù:

1. le certificazioni di Luca e Giovanni;

2. alcune testimonianze archeologiche, come la Sindone;

3. il confronto tra i Vangeli e le notizie e incongruenze di Flavio Giuseppe.

  

"Storia" degli evangelisti; significato dei loro nomi;

significato di Teofilo e sua identità;

importanza di Gamla;

gli zeloti nei Vangeli;

Giuseppe Flavio;

Vangeli e imperatori di Roma:

Vedere Storia dei quattro Vangeli. Aggiungiamo soltanto il significato dei nomi.

Matteo: nome ebraico composto da "matht" (dono) e "yah" (forma abbreviata di Yavè); significa quindi "dono di Dio". L'evangelista aveva, però, come primo nome Levi, che indica la sua appartenenza alla classe sacerdotale.

Marco: deriva dal latino Martcus, più tardi Marcus e significa "dedicato a Marte", dio della guerra e della primavera. Il nome principale di Marco era quello ebraico di Giovanni; era dunque di famiglia ebraico-romana.

Luca: è forse una forma abbreviata di Lucanus, nome di origine latina che significa "nativo della Lucania" (l'odierna Basilicata), o una variante di "Lucio"; ma potrebbe essere indipendente da queste derivazioni, perché l'evangelista era di origine greca, e il termine più vicino è "loùkos", cioè "bosco".

Giovanni: deriva dall'ebraico Yohanan e significa "dono del Signore".

Teofilo: è un nome tipicamente greco, composto da "theò" e "philos", e significa "caro a Dio". Nel periodo in cui la Chiesa era «in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria» (At 9,31) era sommo sacerdote Teofilo, figlio del famoso Anna, ma probabilmente di una moglie greca di questi. 

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Le testimonianze evangeliche hanno validità legale

Nei Vangeli la Chiesa conserva le testimonianze storiche della vita di Gesù ed è importante mettere in evidenza che le testimonianze hanno validità legale, dal tempo in cui furono scritte fino a oggi.

I Vangeli sono in gran parte il resoconto, il verbale, di testimoni oculari e pubblici ufficiali (vedere Traduzione ragionata del Prologo di Luca e Storia dei quattro Vangeli).

Il resoconto è certificato appunto da Luca (Lc 1,1-4) e da persone diverse nel Vangelo di Giovanni:

 

Gesù stesso, insieme ai discepoli, rende testimonianza a Nicodemo e ad altri (Gv 3,11);

Giovanni Battista certifica con sigillo (3,27-36);

un personaggio imprecisato (ma è Luca, sostenuto da Teofilo) conferma la testimonianza dell'evangelista Giovanni, che ha visto la morte di Gesù  (19,35);

Giovanni e Pietro al sepolcro (20,5-9) certificano, in forma di enigma (20,7), la risurrezione;

lo scrittore materiale del Vangelo, con altre persone, certifica di aver trascritto le testimonianze scritte di Giovanni e le convalida (21,24).

Il Vangelo di Giovanni è così certificato "con sigillo", perché si conoscano quei fatti straordinari e si possa ricevere dal Cristo ciò che lui è venuto a dare.

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«Nessuno ha mai visto Dio:

un Dio (Figlio) unigenito, colui che è fin nel seno del Padre,

lui lo ha mostrato»

(Gv 1,18)

 

«Uno solo, infatti, è Dio...», ha scritto Paolo apostolo.

Anche i filosofi greci l'avevano capito.

Però Paolo poteva dire ai Greci che c'era stato un uomo, Gesù Cristo, che aveva messo in comunicazione gli uomini con l'unico e vero Dio: «... e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù» (1 Tm 2,5).

«Un solo mediatore» non comprende in alcun modo l'affermazione che Dio non abbia stabilito, proprio attraverso Gesù Cristo, la collaborazione di Maria nella stessa redenzione, la mediazione di lei e dei santi nella preghiera.

Se non ci lasciamo confondere da tutti i discorsi che sentiamo e leggiamo, ci accorgiamo di aver bisogno di capire come fa ad esistere e a reggersi questo mondo, la nostra stessa vita, così fragile.

Gesù Cristo è l'unico che ha potuto dircelo, perché "è fin nel seno di Dio Padre" (Gv 1,18). San Paolo non poteva, onestamente, tacerlo ai Greci e al mondo: non c'è nessun altro che può rivelare fino in fondo i segreti dell'universo e del Creatore.

Ma Paolo non aveva conosciuto Gesù. Forse l'aveva intravisto a Gerusalemme mentre vi si trovava a studiare ma non poteva testimoniare niente di lui. Gesù stesso gli era apparso, ma senza raccontargli di sé. Chi aveva informato Paolo in modo così preciso da poter affrontare i giudizi dei Greci e da sostenere il vescovo Timoteo in questo? Semplicemente Luca, che aveva già scritto il suo Vangelo.

Ciò che Gesù ha detto e ha fatto di fronte al popolo ebraico è certificato da Luca e da Giovanni. Soltanto un uomo, ma un uomo storico in carne e ossa, ha potuto portare agli uomini le parole e le opere di rivelazione di Dio.

Chi crede, come chi non crede, può trovare soltanto nelle parole e azioni legalmente certificate di Gesù le "informazioni più esatte" su Dio.

D'altra parte, di Gesù Cristo si può "parlare come si mangia", cioè si può parlare tranquillamente di lui con il linguaggio popolare. Egli non ha richiesto cautele particolari o un linguaggio da esperti o, peggio, una lingua diversa da quella in cui si è nati. Oggi basta che qualcuno traduca i testi greci dei Vangeli nel modo più preciso possibile.

La venuta di Gesù nel mondo è un'occasione per tutti: «Uno solo è il vostro Maestro...» (Mt 23,8). Egli non ha tenuto per sé le parole e le opere di Dio: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra (anche quello di trasmettere a voi dei poteri). Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo» (Mt 28,18-19).

In altri momenti Gesù ha affidato altri poteri ai suoi uomini. «In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre» (Gv 14,12))

Ma Gesù Cristo non ha costretto nessuno a credere in lui, ha soltanto mostrato abbondanza di segni straordinari e insegnato cose che nessun altro uomo saprebbe insegnare.

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Importanza dei Vangeli, come libri storici, nella vita

All'origine della fede cristiana

ci sono dei fatti storici certificati.  

Tutto, dunque, nei Vangeli è storico, se partiamo dal racconto certificato di Giovanni e di Luca, e niente è andato perso di quanto è stato scritto in modo autentico su Gesù Cristo.

Questi libri sono ispirati da Dio, anche nel conservarci la freschezza degli avvenimenti distribuita in un "puzzle" a quattro tessere.

Nel periodo in cui i Cristiani erano in pace con gli Ebrei e con Roma, gli Evangelisti avevano costituito un nucleo di solide testimonianze storiche con i quattro Vangeli, gli Atti degli Apostoli e l'Apocalisse. Ma la situazione cambiò con Nerone e allora le testimonianze apparvero in gran parte inadeguate ai tempi. Ecco perché si è perso quasi del tutto il valore storico dei Vangeli.

Lo Spirito Santo opera in noi 

e ci guida nell'intera verità

prendendo da quei fatti storici (Gv 16,14).

I Vangeli di Matteo e Marco vennero pubblicati presto e diedero impulso all'impegno dei cristiani, mentre i Vangeli di Luca e Giovanni rimasero come di riserva, come dono e tesoro di verità per i secoli.

Di volta in volta la Chiesa vi ha attinto, ma oggi è indispensabile riscoprire la verità storica e lo si può fare in modo più completo. A questo invitava Pio XII, già nel 1943, con l'enciclica Divino afflante Spiritu. Il Sommo Pontefice auspicava però che non ci si limitasse «ad esporre ciò che tocca la storia, l'archeologia, la filologia e simili altre materie», ma che «principalmente» fosse messa «in vista la dottrina teologica di ciascun libro o testo intorno alla fede e ai costumi». Questo è più facile nel caso dei Vangeli di Luca e Giovanni.

Leggendo questi due Vangeli come un unico racconto storico ritroviamo i fatti precisi e, dentro i fatti storici, ogni cosa che la Chiesa ha poi insegnato e vissuto: è Gesù stesso che insegna e dimostra con le sue parole e opere divine, in circostanze precise. Si dovrà studiarle, confrontarle, spiegale e applicarle, ma sono aperte a ogni altra circostanza, ai diversi luoghi e perfino alle stagioni.

Allora lo studio storico, archeologico e filologico serve a rendere più concrete le circostanze di quel tempo così che è molto più semplice confrontarle con quelle di oggi, per capire in ogni momento che cosa Gesù vuole insegnarci e donarci. Le situazioni umane si ripetono oggi in modo identico a quelle di allora e questo ci permette di ricavare dai Vangeli insegnamenti divini, molto concreti e sempre nuovi.

Senza Gesù Cristo storico, ci si ispira ai Vangeli per costruire sempre nuovi “ideali”, ossia per passare da un’idea esagerata a un’altra.

Non si trova mai la VIA giusta, la possibilità di sentirsi liberi di fare il massimo in ogni occasione.

Si teme sempre di esagerare, di fare del male.

Non si tratta di sforzarsi di calare "alcuni principi" cristiani nella "società complessa" di oggi.

Se "portiamo avanti" "i valori cristiani" con la filosofia, l'impegno sociale, la cultura, ma senza parlare di Gesù storico concreto, diventa normale pensare che il mondo funzioni bene anche senza Gesù Cristo. Infatti l'opera cristiana rimane immersa come il lievito nella pasta, nessuno la vede, il pane cuoce ed è buono, si pensa solo a mangiarlo e non a come è stato prodotto: così viene sfruttata una parabola separata dal contesto.

In realtà Gesù ha detto: «Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane ospite in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5). Con (Gesù) il Vangelo storico le persone possono esaminare in qualsiasi occasione, punto per punto, i loro pensieri e le loro azioni, per vedere se sono veri e così rinnovare continuamente la vita del mondo, con le caratteristiche cristiane, aperte a tutti e valide per tutti.

Le parole, le opere e i poteri sacramentali del Cristo Re sono tali che ci permettono di collaborare efficacemente alla redenzione del mondo, anche conoscendo poche cose, anche senza istruzione. Lo possono fare anche, e forse soprattutto, i bambini.

E non dobbiamo soltanto riscoprire Gesù storico, ma parlarne come di un fatto acquisito. Occorre impostare tutta la nostra vita e il nostro parlare cristiano sulla realtà storica del Cristo Re. Egli apre prospettive molto sicure di civiltà.

Possiamo rivivere nella nostra vita quotidiana l'avventura di venti secoli fa, in tutta la sua ricchezza. La vicenda di Gesù è tutt'altro che monotona o scontata; anzi è esempio, fino in fondo, per le persone impegnate negli affari più complessi. Egli, infatti, ha affrontato le situazioni più complicate.

La sua opera e la sua parola concreta, nella reale situazione politica, sociale ed economica, non portò in effetti danno a nessuno, ma seminò una inimmaginabile benevolenza che oscurava i difetti delle persone.

Lo Spirito Santo ci guida discretamente e realmente attraverso i Vangeli.

Il Cuore Immacolato di Maria, con la sua luce di grazia, ispira sentimenti e atteggiamenti degni di suo Figlio e appropriati a ogni situazione.

Allora tutto ciò che per il mondo è fondamentale diventa poca cosa, ma diventa anche molto più sicuro.

Le parole e le opere eccezionali di Gesù Cristo, Figlio di Dio Creatore, ci dicono quello che è necessario sapere di tutta la realtà, in particolare che le creature umane hanno un'anima. Sono parole e fatti veri, per questo ci fanno entrare realmente nella verità, universale ed efficace, non incerta come quella che raggiungono gli uomini, siano pure i più sapienti.

Gesù Cristo, con la sua Personalità divina e umana, dà a noi, oggi, il senso pieno della realtà, rendendoci liberi, partecipi di tutto il creato, appassionati al prossimo.

La persona di Gesù Cristo è il fondamento sicuro, che molti cercavano e sognavano per la vita quotidiana, ma inaspettatamente egli ci dà la sicurezza di una vita eterna, che nessuno avrebbe immaginato e sperato così.

Nessuno, oggi, come Gesù Cristo ci rende realisti e liberi dalle nostre colpe, nessuno come lui ci dà dignità e certezza, proprio perché ha insegnato e agito nelle situazioni più concrete del suo tempo, ma toccando la natura perenne degli uomini.

Egli è "contingente" e "assoluto".

Tutto ciò viene testimoniato nel modo più preciso dai Vangeli.

Dobbiamo qui notare che la Chiesa insegna, come verità da credere, anche qualcosa che non è testimoniato dai Vangeli ma da altri passi del Nuovo Testamento. Si tratta comunque di parole pronunciate da Gesù, o di fatti concreti della sua vita e di quella di sua madre Maria, ricordati un po' più tardi dagli Apostoli o da altri testimoni diretti.

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5 agosto del 17 a.C., è nata Maria?

 

Sembra che la Madonna, l'1 agosto dell'anno 1984, abbia confidato in un messaggio interiore alla bambina di Medjugorie Jelena Vasilj, che il suo duemillesimo compleanno si doveva celebrare il 5 agosto successivo. Si tratta di un messaggio diverso dagli altri attribuiti alle apparizioni della Madonna, forse indipendente.

Non c'è dubbio: questa informazione viene da un altro mondo. In questo mondo nessuno, che voglia apparire scientifico, l'accetterebbe. Gli storici sono infatti concordi nel sostenere che Gesù nacque nel 6 o 7 a.C., durante il regno di Erode il Grande che sarebbe morto nel 4 a.C.

Dopo la nascita di Gesù passarono circa 2 anni prima che Erode morisse.

Ma così Maria, a Medjugorje, avrebbe fatto intendere di aver dato alla luce suo Figlio all'età di 10 anni o inferiore, cosa altamente improbabile, sia per le leggi della natura, sia per le consuetudini ebraiche. Ricordiamo che Maria era in età da marito, per cui doveva avere almeno 13 o 14 anni.

Il messaggio sembra attendibile, perché è in accordo con la probabilità storica che Gesù sia nato quando Maria aveva compiuto i 14 anni.

Per quanto riguarda più direttamente il Vangelo, il Signore ci ha dato dei segni: la possibilità di rivedere la traduzione dei testi biblici (enciclica Divino Afflante Spiritu), la riscoperta, da parte degli Ebrei, di Gamla, luogo chiave per capire il valore storico della testimonianza dei Vangeli.

Occorre "cambiare modo" di leggere il Nuovo Testamento, perché il cambiamento promette molti benefici.

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L'introduzione di Luca al suo Vangelo

   

Come l'originale greco, anche la traduzione italiana di questo passo evangelico risulta difficile ma, dopo averla rifatta, ci offre molti dati storici. Eccola; anche se non è la migliore possibile, è però letterale e coerente, non ipotetica:

«Poiché molti hanno proprio incominciato a ricomporre un racconto (ufficiale) riguardante gli avvenimenti che si sono conclusi tra noi, come ci hanno concesso coloro che dall'inizio (ne) sono stati testimoni oculari e incaricati della relazione, anch'io, dopo aver acquisito ogni cosa da cima (a fondo) con esattezza, ho deciso di scrivere ordinatamente a te, eccellentissimo Teòfilo, perché tu veda la certificazione attinente le relazioni che hai ricevuto a voce».

Lc 1,1-4

  

Luca, con questo, ci rivela che era presente a Gerusalemme quando Gesù venne crocifisso e risuscitò, per cui aveva potuto seguire lo svolgersi degli avvenimenti.

Teofilo era un sacerdote figlio di Anna, quello che convinse Pilato a condannare Gesù alla morte di croce. Fu elevato alla dignità di sommo sacerdote dal legato Vitellio nell'anno 37, alla morte dell'imperatore Tiberio.

Tiberio, nel 35 circa, aveva cercato di far approvare dal Senato una legge che riconoscesse Gesù Cristo come un dio, così che i cristiani potessero adorarlo liberamente; ma poté presentare al Senato soltanto una relazione a voce e la legge non fu approvata.

A quanto pare era stato proprio Teofilo a far pervenire a Tiberio la relazione a voce e a lui l'imperatore era ricorso di nuovo per chiedere una prova scritta da un pubblico ufficiale. Teofilo, allora, si era rivolto a Luca. Ecco perché Luca acquisì ciò che era scritto «fin dall'inizio», o mandato a memoria in modo fisso (da Maria, dai conoscenti di Giovanni Battista e forse da altri), o che egli stesso aveva visto.

Quando però la prova fu pronta, Tiberio viveva sempre più ritirato a Capri e non poté più far approvare quella legge.

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L'Apocalisse, uno sguardo profetico sul passato, sul presente e sul futuro

  

L'Apocalisse è piena di immagini, che non hanno tra loro un nesso logico finché non si riscopre il senso voluto dall'Autore.

Nel libro dell'Apocalisse (1,2) troviamo queste parole: «Rivelazione di Gesù Cristo, che Dio gli ha dato per far conoscere ai suoi servitori le cose che devono avvenire presto, e che ha fatto notare comunicandola, tramite il suo angelo, al suo servo Giovanni, il quale ha testimoniato la parola di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo, quanto grandi cose ha visto». L'apostolo Giovanni testimonia così che Gesù Cristo ha fatto ogni cosa in pieno accordo con la parola di Dio, su cui si fonda la fede degli Ebrei, ma ha portato veramente una realtà nuova, obbedendo a Dio Padre.

L'Apocalisse, scritta tra l'anno 44 e l'anno 57 sotto l'impero di Claudio, è una profezia, perché usa il linguaggio dei profeti, in particolare i simboli e le visioni. Giovanni, attraverso i suggerimenti di una «voce», vede la realizzazione delle visioni dei profeti antichi nei fatti della vita pubblica di Gesù e nei primi tempi della Chiesa. Chi è la «voce» che ispira Giovanni? È quasi certamente Luca, perché questo evangelista aveva potuto udire da Gesù che, nel viaggio da Gerusalemme a Emmaus il giorno della risurrezione, «cominciando da Mosè, attraverso tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che riguardava lui stesso» (Lc 24,27). Ma Luca era presente anche quando il Signore parlava «delle cose del Regno di Dio» (At 1,3), comprese alcune profezie sul futuro del Regno nel mondo, fino alla conclusione dei secoli.

Le principali sono: la profezia della distruzione di Gerusalemme (anno 73) che era già contenuta nei Vangeli; un «regno di mille anni» di Cristo insieme ai suoi santi (si potrebbe identificare con il periodo storico che va dal 313 al 1302, in cui la Chiesa ha sostenuto anche una responsabilità politica nel mondo); poi un certo tempo nel quale  viene lasciata libertà all'avversario della Chiesa e dell'Ebraismo e, infine, una «nuova città santa Gerusalemme».

Il significato dell'Apocalisse sta tutto nell'interpretazione concreta, storica delle profezie antiche e nelle profezie di Gesù, «parole vere, di Dio» (Ap 19,9; 22,6).

 Uno degli scopi più importanti dell'Apocalisse era quello di comporre le divergenze tra Ebrei, Cristiani e Gentili. Ci è rimasto così un codice di dialogo, che risolve le questioni all'origine.

Nell'Apocalisse è codificato il rapporto tra l'Ebraismo, il Cristianesimo e la civiltà delle Genti sottratta alla "bestia". Tutti i popoli, le culture, le civiltà trovano salvezza nell'unico mediatore tra Dio e gli uomini.

 

L'Apocalisse spiega il lavoro dell'evangelista Giovanni

  

Ma c'è anche un particolare interessante. Il capitolo 10 dell'Apocalisse racconta come e quando venne scritto il Vangelo di Giovanni. Appena Gesù aveva incominciato a rivelare (i «sette tuoni») le cose di Dio, Giovanni, che era un ragazzo di circa 13 anni, fu pronto a scrivere ciò che «i sette tuoni» dicevano. Siccome «nessuno credeva» (Giov 3,11.32), qualcuno gli suggerì di non scrivere soltanto, ma di certificare con sigillo le sue testimonianze. In tal modo convinse anche il potente capo di Gamla, la città dove era stato a scuola, di aver trovato veramente il Messia. E da quel momento a Gamla il capo e la sua gente si disposero a servire il «Profeta che doveva venire nel mondo», anzi volevano «rapirlo per farlo re». Ancora con idee da zeloti, incominciarono a credere in Gesù, il Cristo.

Un ex maestro di Giovanni iniziò a trascrivere su rotolo le sue testimonianze. In seguito venne fatta una copia di questo Vangelo per il giovanissimo apostolo.

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"Giacomo, figlio di Giuseppe fratello di Gesù"?

   

Matteo 1,25:

«E (Giuseppe) non la conosceva finché non partorì un figlio; ed egli lo chiamò Gesù». 

  

Giuseppe non aveva rapporti coniugali con Maria, finché non nacque Gesù. Ma non ne ebbe neppure in seguito.

Matteo e i suoi scribi non si preoccupano di sostenere che Maria è rimasta sempre vergine, proprio perché il Vangelo è stato finito nell'anno 40 circa: Maria era ancora viva, non c'era stata l'assunzione al cielo, l'attenzione era rivolta esclusivamente a Gesù.

Quanto riguarda Maria entra nella Tradizione un po' di tempo dopo la redazione dei Vangeli.

A Matteo non interessa come Giuseppe si è comportato dopo. Egli vuole precisare, senza che ci possa essere ombra di dubbio, che Giuseppe non è padre di Gesù.

Maria non ebbe altri figli, anche se i Vangeli parlano di quattro "fratelli" di Gesù.
Infatti i primi due ricordati dai Vangeli, Giacomo e Giuseppe (Mt 13,55; Mc 6,3), erano in realtà figli di un'altra madre, anch'essa di nome Maria (Mt 27,56; Mc 15,47), sposa di Alfeo (Lc 6,15; Mt 10,3). Gli altri due, Simone e Giuda, erano figli di un'altra Maria ancora, sposa di Cleofa (quello di Lc 24,18.22 e Gv 19,25). Gli Ebrei consideravano fratelli anche i cugini e i parenti vicini.

  

Una notizia dall'archeologia

  

Il 21 ottobre 2002 è stato annunciato in una conferenza della Biblical Archeology Review il ritrovamento di un'urna di pietra calcarea, lunga 50 centimetri, con la scritta "Giacomo figlio di Giuseppe fratello di Gesù" (nella scritta, aramaica, non ci sono virgole).

Il reperto parrebbe dimostrare che Giacomo il minore (detto "il giusto") fosse figlio di Giuseppe, marito di Maria che era madre di Gesù.

Benché l'epigrafe dell'urna non accenni a Maria, ricordiamo ugualmente quanto detto sopra: i Vangeli dicono, sì, che Giacomo "il giusto" era figlio di una donna di nome Maria, ma anche che era figlio di Alfeo. Il nome Maria era assai diffuso, tanto che, quando Gesù fu messo in croce a Gerusalemme, c'erano quattro persone di nome Maria: Maria madre di Gesù, Maria di Magdala, Maria di Alfeo (madre di Giacomo e Giuseppe, o Ioses) e Maria di Cleofa (madre di Giuda e Simone).

  

Come si risolve, dunque, il problema del "figlio di Giuseppe"?

  

Semplicemente supponendo che questo «Giacomo» (non "il giusto") fosse «figlio di Giuseppe (figlio di Alfeo e di Maria) (che era) "fratello" di Gesù».

Se avessero voluto scrivere "Giacomo fratello di Gesù", non avrebbero inserito l'espressione "figlio di Giuseppe", che fa passare in second'ordine la parentela prestigiosa con Gesù.

Se invece si suppone che fosse "Giuseppe fratello di Gesù", la parentela di questo "Giacomo" con Gesù era un po' più lontana e non si poteva definire con parole diverse da quelle che sono state scritte.

Ricordiamo che la Chiesa, a parte alcuni episodi, poté vivere in pace a Gerusalemme per circa trent'anni e che gli Apostoli e i parenti di Gesù erano rispettati e godevano "della simpatia di tutto il popolo" (Atti 2,47). Si deve arguire che a Gerusalemme il personaggio in questione venisse proprio chiamato "Giacomo, figlio di Giuseppe fratello di Gesù".

Anche il nome Giacomo si ripeteva spesso nelle famiglie ebree.

Il ritrovamento, se fosse autentico, fornirebbe dunque una testimonianza archeologica riguardo a Gesù Cristo (altrimenti non aveva senso scrivere "fratello di Gesù") e riguardo a quel "fratello di Gesù" che si chiamava Giuseppe (o Ioses). Ci direbbe anche che Giuseppe, "fratello di Gesù" avrebbe un figlio di nome Giacomo, del quale non avevamo notizia.

Tuttavia l’Autorità Israeliana per le Antichità (IAA), nel 2003, ha dimostrato che quest'ossario è un falso moderno, inciso su un artefatto autentico.

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   Giovanni Conforti

Aggiornato il 27 agosto 2010

 

 


  

 

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