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Epeidhper
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Poiché proprio
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Epeidh indica una successione temporale-causale:
“dopo che”, “poiché”. Il rafforzamento -per
significa “proprio”, “appunto”. Luca ha trovato qualcosa di già fatto, ottimo
per lo scopo che si è prefisso.
Rileviamo la correlazione «epeidhper polloi..., edoxe kamoi. Luca usa la stessa correlazione in un altro
documento ufficiale, il decreto del Concilio di Gerusalemme (At 15,24-25): Epeidh... edoxen...
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polloi
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molti
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Quale importanza ha il fatto che siano in «molti» a ricomporre il racconto? Può
essere segno di incertezza nel trovare informazioni sicure? Può voler dire
che ci sono stati vari tentativi, nessuno riuscito?
E perché «molti»
tentativi, se a noi non è giunto nient’altro che il testo dei quattro Vangeli
canonici? Gli apocrifi sono molto più tardivi. Al massimo Luca avrebbe potuto
dire «alcuni», ma pochi e
insignificanti, che sono andati persi.
Oppure la situazione è un’altra? Perché non
ipotizzare che molti si fossero riuniti a Gerusalemme per comporre un nuovo
racconto, che facesse emergere le ricchezze contenute in un testo originale,
come da un «tesoro»? Questo ci è suggerito da Mt 13,52. Supponiamo, dunque,
che il riordinamento di cui si parla qui sia proprio il Vangelo di Matteo,
immediatamente in greco.
Dire “che si sono compiuti tra noi”
aveva senso rivolgendosi a un ebreo, e prima della rivolta giudaica, perché,
in seguito a quegli avvenimenti sconvolgenti, questo “tra noi” era divenuto
impossibile.
Dire “come li hanno trasmessi” non ha
senso, perché prima della rivolta giudaica sono passati soltanto 36 (33)
anni. Avrebbe più senso dire “come ce l’hanno consegnato”, ma scritto perché
non si consegna un racconto orale. Ma allora perché “riordinarlo”?
E d’altronde non ha senso “stendere
un racconto come ce l’hanno consegnato”, perché è già steso. E non si
consegnano né si trasmettono gli avvenimenti, ma il loro racconto scritto.
Comunque si tratta di un solo
racconto scritto, altrimenti si sarebbe detto: “stendere una relazione degli
avvenimenti come ce li hanno raccontati”.
Né ha senso dire “molti hanno tentato
di stendere un racconto”, perché il greco è preciso e sarebbe “dei racconti”.
Tanto più che il verbo significa difficilmente “tentare”, ma più normalmente
“incominciare”, “accingersi”.
Se dunque non va bene “ce (l’)hanno
trasmesso”, ce (l’)hanno consegnato”, esiste il significato “ci hanno
concesso”. Non è riferito al racconto, perché non ha senso.
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epeceirhsan
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hanno incominciato
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È il significato più normale di epiceirew: “hanno incominciato”, “posto mano a…” e non
“tentato di…”. Nei vocabolari di Greco troviamo questo secondo significato,
ma è ricavato proprio dagli scritti di Luca, ossia da errori di traduzione.
Niente autorizza a interpretare il verbo come se ci fossero stati tentativi
precedenti, non riusciti, e Luca si sentisse l’unico capace di dare «la
sicurezza», dopo che era passato parecchio tempo. Come si può immaginare
tanta presunzione in lui?
D’altronde, se avesse voluto ricordare
che c’erano stati molti tentativi, perché ha usato questo verbo che
normalmente significa “hanno incominciato” e non ha scritto semplicemente:
«Poiché ci sono giunti molti racconti…»? Vista in questo modo, la questione
apparirebbe chiara ma poco ragionevole. Infatti Luca avrebbe potuto
certamente effettuare una diligente raccolta di queste narrazioni, ma non
presentarla come una “sicurezza”.
Qui si parla in realtà di un’impresa
che avevano «incominciato» da poco, in «molti».
Altre due volte Luca usa il verbo epiceirew: At 9,29; 19,13. Nel primo caso, è
all’imperfetto e significa «“si accingevano a…”, ”macchinavano di…”
ucciderlo»; infatti i fratelli ebbero il tempo di accorgersi che gli
ellenisti stavano preparandosi a uccidere Paolo e poterono allontanarlo da
Gerusalemme. Nel secondo passo è all’aoristo, esattamente come in Lc 1,1, e
significa «“si misero a” invocare il nome del Signore Gesù»: non “tentarono”
di invocarlo, lo invocarono realmente, per provare anche loro a scacciare i
demoni.
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anataxasJai
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a ricomporre
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Non sembra corretto tradurre
“stendere (un racconto)” perché, come si può comprendere in seguito, era già
scritto. Il vocabolario ci dice
che “ana”, in composizione con i verbi, ha il senso di
“rifare”. Qui, “rifare l’ordine”. Il significato attivo sarebbe “mettere in
disordine”, “distruggere”, il medio indica che l’ordine distrutto viene
ripreso in possesso e rifatto.
Perché hanno intrapreso il
lavoro in «molti»? Quale scopo si prefiggono? Non si può pensare che stiano
riordinando ciascuno per conto proprio. In realtà abbiamo un libro, che è il
risultato di un riordinamento fatto da «molti», ed è il Vangelo secondo
Matteo, in greco.
Con questa ipotesi, che il Vangelo di
Matteo sia il rifacimento di un racconto precedente, già pubblicato, si spiegherebbero
le incongruenze tra gli scritti di Matteo, Luca e Marco. Sarebbero
intenzionali e non casuali e sarebbero state necessarie per pubblicare un
nuovo libro sullo stesso argomento.
Tuttavia, nell’ipotesi che
Matteo, altri scribi cristiani, testimoni e collaboratori avessero usato
alcuni ingegnosi espedienti per cambiare il più possibile il racconto
originale, dovremmo poter ritrovare anche in questo Vangelo la pura verità
storica, attraverso il raffronto con gli altri tre. In effetti, con i presupposti
che qui vengono offerti, si può riconoscere la fedeltà storica anche di ogni
informazione fornita da Matteo.
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dihghesin
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un racconto (ufficiale)
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At 8,33 suggerisce che la genealogia di una persona
venisse raccontata, nome per nome, in modo sempre uguale; il vocabolo “dihghsiV” ha una connotazione tecnica: designa un
racconto di avvenimenti particolamente significativi che poteva essere
pubblicato per iscritto o espresso pubblicamente in forma fissa, a memoria,
come ci rivela Lc 1,66; 2,19.51; 24,8.
Quello che in molti stanno riordinando è «un»
racconto, non è l’unico. Quale altro racconto possiamo pensare ci fosse già,
prima dell’anno 38? Dall’analisi dei libri del NT, si può scoprire che il
Vangelo di Giovanni era già stato scritto quasi completamente. Mancavano
soltanto alcune annotazioni, scritte in margine man mano se ne presentava la
necessità e poi inserite nel testo arrivato a noi, pubblicato dopo il 70.
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peri twn
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circa gli
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peplhrojorhmenwn
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che si sono conclusi
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“peplhrojorhmenwn en hmin” è una frase relativa implicita, simmetrica di “(ouV) kathchqhV”, e, in italiano, si deve tradurre in modo
esplicito.
Per il significato del verbo, vedere 2
Tm 4,5: “plhroforhson”: “compi appieno”.
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en hmin
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tra noi
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… che abitiamo a Gerusalemme (vedere Lc
9,51.53; 13,22; 17,11; 18,31; 19-24).
In ogni modo si poteva dire “che si sono
compiuti tra noi” rivolgendosi a un personaggio ebreo, prima della rivolta
giudaica, perché in seguito a quegli avvenimenti sconvolgenti era divenuto
impossibile ritrovare il gruppo sociale entro il quale i fatti si erano
compiuti o conclusi.
L’autore, Luca, e
il destinatario del documento, Teofilo, hanno visto la conclusione degli
avvenimenti. Se esaminiamo con attenzione l'episodio dei due discepoli che
andavano a Emmaus (Lc 24,13-36), notiamo che Luca vi si esprime con una
vivacità ignota in altri passi del suo Vangelo, proprio come un giovane che è
stato protagonista del fatto.
Matteo e Giovanni,
che avevano scritto la “relazione” dei fatti riguardanti Gesù, non avevano
agito di propria iniziativa, ma per un incarico ricevuto ufficialmente da
alcune autorità di Gerusalemme. Perciò Teofilo ne era al corrente, anzi aveva
contribuito a certificare le testimonianze dell’evangelista Giovanni (Gv
19,35).
Pertanto Luca non sta scrivendo per
informare Teofilo, che conosce già i fatti, ma per un altro motivo. Quale?
L’imperatore Tiberio, nell’anno 35
circa, cercò di far approvare dal Senato di Roma una legge che riconoscesse
la divinità di Gesù Cristo (Tertulliano, Apologeticum, 5,2),
così che la religione cristiana fosse riconosciuta come religio licita,
ma non riuscì nel suo intento perché disponeva soltanto di una relazione
orale dei fatti avvenuti in Palestina e non di una prova.
Luca, per il modo in cui scrive, si
dimostra un pubblico ufficiale (Col 4,14: medico del Tempio?), mentre Teofilo
era candidato al sommo sacerdozio e amico dei Romani, perché di lì a poco,
nell’anno 40 (37) sarebbe stato insediato dal legato Vitellio nella carica
di sommo sacerdote (Giuseppe Flavio,
Antichità Giudaiche, XVIII,7,3). Teofilo, che aveva un nome greco, e Luca, che scriveva in greco, erano
ellenisti (vedere At 6,1ss).
È legittimo arguire che fosse stato Teofilo a fornire informazioni a Tiberio e che, dopo l’insuccesso
dell’imperatore, egli abbia cercato qualcosa di probante. Sapeva che Matteo
aveva già pubblicato un suo “Vangelo” in “ebraico” (testimonianza di
Origene: Eusebio, Hist. Eccl. VI,25,3; testimonianza di Papia: ibid.
III,39,15-16; Ireneo, Adv. Haer., III,1,1) e si rivolse a Luca, perché lo traducesse in greco e glielo
presentasse come documento ufficiale. Egli l’avrebbe trasmesso all’amico
imperatore. Ma nel 40 Tiberio morì e della legge in favore dei cristiani non
si fece più nulla. Rimase il documento ufficiale, come Vangelo secondo
Luca.
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pragmaton,
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avvenimenti
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I fatti non
vengono specificati, perché ne parla tutto il documento evangelico.
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kaJwV
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come
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paredosan hmin
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hanno concesso a noi
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Per chiarezza, qui, sembrerebbe necessario un
pronome che si riferisca a ciò che viene “trasmesso”, cioè al racconto o agli
avvenimenti. In realtà basta tradurre “come ci hanno concesso” e il pronome appare
inutile.
Se poi riflettiamo un po’, ci accorgiamo che
non si possono “trasmettere” gli “avvenimenti”, se non con un racconto. Anzi,
non ha senso dire “come li hanno trasmessi a noi”, perché questi “noi”
c’erano soltanto prima della rivolta giudaica cioè fino a un massimo di 36
(33) anni dopo i fatti stessi. Si potrebbe dunque intendere “come ce l’hanno
consegnato”, riferendosi a un racconto degli avvenimenti, che doveva però
essere già scritto perché non “si consegna” un racconto orale. Semmai si sarebbe
scritto: “stendere una relazione degli avvenimenti come ce li hanno
raccontati”.
D’altra parte, non si potrebbe “ricomporre un
racconto” “come l’hanno trasmesso”: o lo si conserva com’è o lo si ricompone,
non si possono fare le due cose insieme. Ma sarebbe anche inutile trasmettere
“a noi” gli avvenimenti che “sono accaduti tra noi”. Se, per caso, “tra noi”
significasse “nella nostra terra, tempo fa”, Luca sarebbe stato attento a
esprimersi in modo tale che non lo si potesse interpretare in modo bizzarro,
come se i “testimoni” avessero “trasmesso a noi”, altrettanto testimoni, ciò
che “è avvenuto tra noi”.
Se dunque non va bene “ce li (questo pronome
non c’è nel testo) hanno trasmessi”, “ce (l’)hanno trasmesso”, ce (l’)hanno
consegnato”, esiste il significato “ci hanno concesso”. Non è riferito al
racconto né agli avvenimenti, ma ai testimoni e incaricati della relazione
scritta.
Tra i «molti» che «ricomposero», c’era
senz’altro anche l’evangelista Marco, che abitava a Gerusalemme ed era ancora
molto giovane (aveva una ventina d’anni), e c’era Luca stesso («ci hanno concesso»).
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oi ap’archV
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coloro
dall’inizio
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Uno di questi è
Levi (Matteo), che lavorava come esattore delle tasse a Cafarnao. Una delle
sue mansioni era quella di annotare accuratamente le situazioni di chi gli
doveva denaro. Un giorno vide arrivare Gesù, lo sentì parlare, lo vide
compiere azioni straordinarie. Non venne nemmeno sera che egli già aveva
scritto ciò che gli era parso subito memorabile. Ma scriveva anche Giovanni
evangelista, incaricato da conoscenti importanti di Gerusalemme.
Ap’archV... genomenoi,
come in At 26,5 ap’archV genomenhn. È un’espressione tecnica usata per certificare
che qualcuno è stato davvero in questa condizione fin dall’inizio. Nel caso
presente le condizioni da certificare sono due, necessarie e inscindibili
perché il logoV sia valido: che sia attestato dai «testimoni
oculari» e redatto da «incaricati ufficiali».
La frase presenta
un solo verbo, il participio genomenoi. Si
apre (posizione forte) con l'unico soggetto, oi,
che agiscono “fin dall’inizio”, e si chiude (posizione forte) con logou, che “fin dall’inizio” è il risultato
dell’azione. Autoptai e uphretai
formano un unico predicato nominale e nulla autorizza a separarli e a far
dipendere soltanto il secondo dal verbo.
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autoptai
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testimoni oculari
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Autoptai è un sostantivo,
non una forma verbale; parla di persone che vedono con i propri occhi e non
include il concetto di azione compiuta nel passato, che, cioè, queste persone
siano state prima autoptai e poi uphretai. Di che cosa potevano essere testimoni? Dei
fatti appena nominati, ma questi furono testimoni “dall’inizio”, mentre Luca
e Teofilo ne hanno visto soltanto la conclusione.
Conformemente a
una norma consolidata del diritto, i testimoni erano almeno due. Due o più
testimoni rendono dunque autentica la relazione dei fatti.
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kai uphretai
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e incaricati
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Questo termine, nella
letteratura greca, indica generalmente colui che esegue gli ordini di
qualcuno («rematore sotto il comando di altri»): esegue le disposizioni di un
magistrato, dipende da un medico, ecc. Esercita un servizio subalterno ma non
è schiavo: riceve uno stipendio perché deve eseguire in modo particolarmente
preciso e fedele il suo servizio. È, di solito, un funzionario pubblico.
Matteo e i suoi scribi erano
funzionari pubblici che riscuotevano le tasse ed erano in grado di scrivere
un «verbale».
In Lc 4,20, il termine è
usato con il significato di “incaricato dei rotoli sacri”.
Nel considerare
la possibilità che il vocabolo assuma qui il significato, legittimo, di
"ministri" o "servitori", ci è di poca utilità
l’espressione di At 6,4: «diakonia tou logou». Diakonia indica normalmente un servizio, ma gli Apostoli
chiesero di potersi dedicare (At 6,4) in primo luogo «alla preghiera», che
comprendeva lo svolgimento del ministero sacerdotale affidato da Gesù, e poi
«al servizio della parola», secondo il comando di Gesù di rendergli testimonianza, ossia predicando ciò che avevano visto e udito da lui. Il compito degli
Apostoli era quello di testimoni, amministratori dei misteri di Dio ed
esecutori dei comandi di Gesù (At 26,16; 1 Cor 4,1), non di «ministri della
parola».
Qui, dunque, si
parla di autoptai
e di uphrhtai, due parti giuridiche che hanno concorso a produrre
il logoV, scritto e valido per uno scopo legale (asjaleian): la parte che vede gli avvenimenti (autopthV) e la parte che li scrive materialmente in
modo fedele e autentico (uphrethV). Per noi, tanto
lontani nel tempo, i due termini servono anche a offrirci un significato
particolare di “logoV”: la narrazione di chi ha visto direttamente i
fatti, scritta e autenticata da pubblici ufficiali (per il giovanissimo
testimone e relatore Giovanni hanno certificato altri, come vediamo in Gv
3,33; 19,35; 21,24).
Ora, Matteo e Giovanni furono testimoni, ma
erano contemporaneamente pubblici ufficiali o fiancheggiati da pubblici
ufficiali, cosicché le due parti coincisero, e la loro «relazione» scritta
assunse grandissimo valore giuridico, perché era stata scritta da almeno due
pubblici ufficiali mentre vedevano accadere i fatti.
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genomenoi
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che sono stati
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Questo participio
aoristo è usato con lo stesso significato («trovarsi a essere») in At 26,5,
che è un testo giudiziario (thn ap’archV genomenhn); ma anche in At 15,25 (decreto del Concilio
di Gerusalemme), che è una formula simile al Prologo di Luca. Il confronto
tra questi passi di Luca mostra che non è in alcun modo giustificato il
significato "e sono divenuti".
Lc 1,1-4 è una
formula tecnica per presentare un documento ufficiale, quale è interamente
il Vangelo di Luca.
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tou logou,
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della relazione
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Per capire il senso esatto di questa parola,
tra i numerosi suoi significati, c’è un sicuro temine di confronto nei “logoi”
menzionati poco avanti, “che hai udito”, “ricevuto a voce”, e riguardo ai
quali è richiesta una “certezza”, una “convalida”.
Era «la relazione» in "ebraico",
forse in aramaico con citazioni ebraiche delle Scritture, degli avvenimenti
che riguardano Gesù, che Matteo e altri scribi avevano steso immediatamente
dall’inizio. Non si poteva scrivere qualcosa di più valido.
Il logoV
scritto dai testimoni era stato pubblicato,
come testimoniano Papia, Ireneo e Origene e come si può dedurre dal
fatto che coloro che lo ricomposero furono costretti a cambiare tutto ciò che
era possibile.
Aveva un aspetto frammentario, essendo fatto di
"appunti di cronaca", e per questo «molti» lo vollero «ricomporre».
Il singolare logou
ha lo stesso significato del plurale logwn che
incontriamo dopo, altrimenti l’autore avrebbe spiegato in qualche modo il
significato diverso. Il plurale indica dei logoi
a voce, contrapposti a tutto il resto che serve a produrre una prova
scritta, partendo da un logoV scritto.
LogoV era il ragionamento, il contenuto (non il
"vocabolo") che doveva essere comunicato:
— proclamato
a voce, in ambiente greco-ellenistico (vedere At 15,27.32);
— scritto,
in ambiente ebraico, in particolare in quello legato al Tempio (e Luca è
legato al Tempio: Lc 24,53), dove vigeva la cultura del libro, dei rotoli,
della fedeltà alla parola scritta (vedere Lc 16,6-7.17); ma anche per i
Romani valeva lo scritto (vedere Gv 19,22; At 25,26).
Il significato di "scritto" si può
dedurre dal confronto con At 1,1, dove logoV
significa chiaramente "relazione, resoconto" scritto, per cui lo si
può tradurre con "libro". Anche Luca (At 1,1), dunque, ha prodotto
(epoihsamhn) un logon (Il
Vangelo, relazione di avvenimenti), e poi un secondo (Atti degli Apostoli).
Particolare attenzione merita il termine logoV nel Nuovo Testamento: in generale esso
significa “il discorso che serve a rendere testimonianza di qualcosa o di
qualcuno”:
— è, per eccellenza, Colui che, in tutte le sue espressioni, rende testimonianza a Dio (Gv 1). È Colui che, presso Dio, ha
la vita («la vita era la luce degli uomini»); è, in Dio, Colui che
comunica agli uomini vita e luce; è Colui che stabilisce la relazione tra il
Padre e gli uomini;
— di conseguenza,
“la parola di Dio” indica la comunicazione, scritta o a voce, di tutto ciò
che Dio ha rivelato nell’Antico Testamento e Gesù Cristo ha portato a
compimento.
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edoxe
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ho deciso
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Latino placuit: esprime una decisione autorevole e ufficiale, come At
15,22.25.28.
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kamoi
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anch’io,
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Al centro della simmetria: il funzionario Luca si
rende garante di tutto ciò che è scritto nel documento.
Luca
probabilmente era medico del Tempio e, perciò, molto abile nel tradurre
dall’aramaico al greco e viceversa, dati i rapporti continui tra il personale
del Tempio e i romani dominatori. Gli ebrei disdegnavano la medicina e
assumevano persone non ebree come medici del Tempio. Luca non veniva dalla
circoncisione (Col 4,11).
Come “molti hanno incominciato a ricomporre un
racconto”, anche Luca, avendo l’autorizzazione degli autori, si permette di
far uso del logoV.
Il racconto è già stato pubblicato, perciò
Teofilo può verificare l’esattezza della traduzione di Luca. L’evangelista,
con esatta cognizione di causa, lo traduce, lo completa, lo trascrive ordinatamente
e gli dà i requisiti di un documento ufficiale, da presentare all’autorità
ebraica e romana.
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parhkolouJhkoti
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dopo aver acquisito
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Luca spiega come, aggiungendo al racconto di Matteo
notizie che non conteneva, ha potuto ugualmente scrivere a Teofilo una prova
documentaria valida.
Luca era giovane, ma lavorava già con un
compito pubblico a Gerusalemme quando Gesù ha iniziato la sua predicazione.
Lo possiamo comprendere leggendo il racconto dei due discepoli che si recano
a Emmaus (Lc 24,13-33). Se lo traduciamo con cura, scopriamo che Luca lo
racconta con un’immediatezza e una spigliatezza giovanile non evidenti in
altre parti del suo Vangelo. Inoltre non rivela il nome del secondo
discepolo, che pure è un importante testimone della Risurrezione. Questo
discepolo anonimo non può essere che Luca stesso. Per modestia ed essendo il
più giovane dei due (Cleofa era fratello di Giuseppe di Nazaret e padre di
Giuda e Simone, “fratelli di Gesù”, come sappiamo dallo storico
Egesippo, del II secolo, citato da Eusebio in Storia Ecclesiastica 3,11,2; 3,32,4.6; 4,22,4), non può dire apertamente di essere stato
testimone privilegiato di un’apparizione di Gesù risorto ma, nello stesso
tempo, dimostra di essere stato protagonista di quel fatto, il secondo
testimone necessario legalmente.
Così scopriamo che Luca ha fornito il suo aiuto
giuridico a Gesù Cristo nella vita pubblica e, dopo la Pasqua giudaica
dell’anno 32, ha registrato il vessillo con il simbolo di Gesù
per il suo accesso a Gerusalemme (Lc 9,51).
Proprio perché era pubblico ufficiale e
anch’egli testimone di alcuni avvenimenti ha potuto aggiungere
autorevolmente sue testimonianze a quella relazione autorevole,
trascrivendola ordinatamente, per costituire la prova.
Nel Vangelo di
Luca troviamo spesso l’espressione: kai egeneto («e avvenne»)... Si dichiara così, come in una
deposizione di fronte a un magistrato, che i fatti raccontati sono avvenuti
esattamente come è scritto.
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anwJen
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da cima (a fondo)
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Vedere anche At 26,5.
Il significato “da cima (a fondo)”,
che è evidente in Gv 19,23, oppure “(giù) dall’alto”, permette di
interpretare adeguatamente il vocabolo, ovunque appare nei Vangeli.
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pasin
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ogni cosa
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Luca non avrebbe
raccolto alcun elemento di prova se avesse “ripercorso diligentemente” i “tentativi”
di scrivere il racconto che altri avevano compiuto senza successo.
Dobbiamo
intendere così: tutti a Gerusalemme avevano visto la conclusione dei fatti (Lc
24,8), i testimoni e scrivani pubblici avevano steso la relazione
dall’inizio, Maria e i conoscenti di Giovanni Battista “conservavano nel
cuore tutte le parole” che servivano a raccontare l’inizio degli avvenimenti
(Lc 1,66; 2,19.51), Luca stesso ha seguito Gesù in alcuni momenti e ha
stenografato i suoi discorsi. Dunque ha acquisito tutto dall’inizio alla fine
dei fatti.
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akribwV
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con esattezza
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kaJexhV
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ordinatamente
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Luca doveva
riportare fedelmente e in ordine cronologico il “logoV”. Ma ciò non impediva al nuovo autore di
aggiungere altre testimonianze. Egli, che in parte aveva visto con i propri
occhi, dimostra al lettore del suo Vangelo di saper bene dove e come
interrompere il racconto di Matteo per inserirvi, nel giusto ordine di tempo,
le testimonianze che aveva acquisito personalmente. Vedere At 11,4; 18,23.
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soi
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a te
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Teofilo era
figlio del sommo sacerdote Anna, ma aveva un nome greco. Doveva essere figlio
di una moglie ellenista di Anna; a Gerusalemme erano presenti numerosi ebrei
ellenisti (At 6,9). Il “logoV” in causa era già
stato pubblicato da Matteo, in “ebraico”, e Teofilo lo conosceva. Ma il nome
e la cultura greca di questo sacerdote furono per Luca un buon pretesto per
trascrivere tutto in greco, per un uso legale che richiedeva la lingua
ufficiale dell’impero romano.
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grayai,
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scrivere,
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Scrivere con
esattezza quanto (sia scritto che a memoria) è stato acquisito (termine
legale), è sufficiente a produrre una prova documentaria.
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kratiste Qeojile,
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eccellentissimo Teofilo,
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Il titolo kratistoV viene attribuito, negli Atti degli Apostoli,
anche a Felice (At 23,26; 24,3) e a Festo (At 26,25), procuratori di Roma in
Palestina. Si tratta dunque di un titolo dato a persone che hanno ottenuto il
potere da Roma, proprio come Teofilo, insediato nella carica di sommo
sacerdote da Vitellio, legato di Tiberio, dall’anno 40 al 44 (Flavio
Giuseppe, Antichità Giudaiche, XVIII,123; XIX,297).
Quindi Teofilo
era al livello di questi e apparteneva alla classe politica come loro, non
era un personaggio che si confondesse con molti altri dello stesso nome,
oppure un’autorità ecclesiastica.
In quegli anni la Chiesa era in pace per tutta la
Palestina, a opera appunto di Teofilo (At 9,31).
Non dobbiamo aspettare altre prove, ad esempio
ritrovamenti archeologici, per essere certi di questa identità di Teofilo.
Infatti si tratta di una possibilità reale e di un elemento che risolve molte
questioni storiche. Quali scoperte archeologiche ci potrebbero dire tutto
quello che si è potuto raccogliere qui?
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ina epignwV
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perché (tu) veda
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In
contrapposizione a kathchJhV. Teofilo ha già
«udito» le relazioni a voce. Luca vuole mettere in mano a Teofilo un documento
visibile, scritto, perché le relazioni orali non erano state sufficienti per
lo scopo che Tiberio si era prefisso.
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peri wn (= twn...
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circa le
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È essenziale,
qui, notare l’attrazione del nome logwn, in
caso genitivo, sul pronome relativo in caso accusativo. Questo accusativo non
è stato riconosciuto nella traduzione latina della Vulgata, curata da S.
Girolamo, e ciò ha sminuito il valore documentario dei Vangeli, impedendo
anche di comprendere la storia della loro origine. Questa parola di sole due
lettere causa una catena di considerazioni logiche. È ben diverso che Luca
sostenga «la verità delle parole circa le quali sei stato informato», o che
produca «la certificazione circa le relazioni che ti sono state inoltrate a
voce». Tutto dipende dalla traduzione di wn.
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...ouV) kathchJhV
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che hai udito (= ricevuto a voce)
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L’esempio di At 21,21 (kathchqhsan = «hanno sentito dire») ci mostra chiaramente
quale significato attribuiva Luca al verbo, mentre At 21,24, «kai gnwsontai panteV oti wn (=ekeinwn a) kathchntai peri sou ouden estin», ci
permette di confermare che esso regge l’accusativo dell’argomento udito, come
è classico. Infatti, in quel passo troviamo la stessa attrazione (wn = ekeinwn a), in
presenza dello stesso verbo, e ci è possibile affermare che è avvenuta tra
un pronome relativo in caso genitivo e uno in caso accusativo.
In conclusione: il verbo kathchw non indicava ancora la specifica “catechesi”
cristiana, ma una generica comunicazione a voce.
Teofilo, dunque, ha visto Gesù, si è informato
di ciò che non ha visto e ha inoltrato delle relazioni a voce a Tiberio,
probabilmente con l’assenso di Pilato (Tertulliano, Apologeticum, 5,2).
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logwn
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relazioni
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Si può
ragionevolmente ritenere che, tanto al singolare che al plurale, in
quest’unico periodo sintattico, logoV abbia
lo stesso significato: «relazione, resoconto». Perciò logou e logwn
appaiono in contrapposizione scritto - orale.
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thn asjaleian.
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la documentazione.
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Questo vocabolo, posto in evidenza alla fine
del pezzo, lo determina completamente, richiamando per simmetria dihghesin. Prendiamo come riferimento At 25,26: asjaleV ti grayai significa "qualcosa che vale come prova
legale (per l’autorità di Roma: Cesare), da scrivere", in quel caso
specifico è una confessione dell’imputato Paolo di Tarso. Asjaleia (astratto per il concreto) ha un significato
corrispondente: «il documento scritto valido come prova» (per l’autorità
giudaica e romana).
Luca vuole fornire a Teofilo un documento
scritto, secondo l’esigenza legale. Per l’autorità romana (Gv 19,22; At
25,26), come per quella ebraica (Lc 16,6-7.17) valeva ciò che era scritto.
Con la
“relazione” di Matteo e con altri racconti
di testimoni, conservati «nel cuore», Luca compone la «prova» per
l’«eccellentissimo Teofilo» e ci fornisce così anche una data: prima
dell’anno 40 quando Tiberio era ancora vivo.
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