Nel tempo in
cui tutto è scientifico, come si possono mantenere tranquillamente, nei testi fondamentali
per la fede cristiana, errori materiali di traduzione?
Testo greco originale
Epeidhper polloi epeceirhsan anataxasJai dihghesin peri twn peplhrojorhmenwn en
hmin pragmaton, kaJwV paredosan
hmin oi ap’archV autoptai kai uphretai genomenoi tou logou, edoxe kamoi parhkolouJhkoti anwJen pasin akribwV kaJexhV soi grayai, kratiste Qeojile,
ina epignwV peri wn kathchJhV logwn thn asjaleian.
(Lc
1,1-4)
Traduzione latina, del IV secolo
Quoniam quidem multi conati sunt ordinare narrationem, quae in nobis completae
sunt, rerum, sicut tradiderunt nobis qui ab initio ipsi viderunt et ministri
fuerunt sermonis, visum est et mihi, assecuto omnia a principio diligenter, ex
ordine tibi scribere, optime Theophile, ut cognoscas eorum verborum, de quibus
eruditus es, veritatem.
Traduzione riveduta
Poiché molti hanno proprio incominciato a ricomporre un racconto (ufficiale)
riguardante gli avvenimenti che si sono conclusi tra noi, come ci hanno concesso
coloro che dall'inizio (ne) sono stati testimoni oculari e incaricati della
relazione, anch'io, dopo aver acquisito ogni cosa da cima (a fondo) con
esattezza, ho deciso di scrivere ordinatamente a te, eccellentissimo Teòfilo,
perché tu veda la documentazione attinente le relazioni che hai ricevuto a
voce.
La traduzione, così
effettuata, è letterale e coerente, non ipotetica, anche se certamente potrà
essere migliorata.
Analisi
Nei Vangeli non è
facile trovare notizie che spieghino come e quando gli evangelisti li abbiano
scritti, almeno a prima vista. Però, all’inizio del Vangelo di Luca, ci sono
questi quattro versetti che conservano informazioni preziose.
Sono poche righe, un
solo periodo sintattico, qualcosa di unico negli scritti del Nuovo Testamento,
che non viene spiegato o precisato in nessun’altra parte. Sicuramente questo
passo è stato scritto in greco all’origine, sia per termini ricercati che usa,
sia per la complessità della costruzione, sia per la concisione. Le parole e le
frasi sono difficili da tradurre e già la traduzione del IV secolo, in latino,
è approssimativa.
Allora dobbiamo
procedere per tentativi, alla ricerca del significato convincente per ogni
parola e per l’intero periodo. Finché non si trova il significato definitivo di
ogni termine, sembra che il brano sia incerto, mancante di qualche pronome,
stentato. Soltanto dopo aver trovato il senso compiuto, e più semplice, ci
rendiamo conto che non manca niente di necessario: il periodo è ben costruito.
Un aiuto determinante per decifrarlo ci viene dagli Atti degli Apostoli,
l’altra opera di Luca, che contiene vari passaggi con un linguaggio simile: il
decreto del concilio di Gerusalemme, i discorsi pronunciati in tribunale
davanti a Felice, Festo e Agrippa; altri testi di carattere giudiziario e
amministrativo.
Ma possiamo sempre
trovare il significato delle parole nel vocabolario di Greco, evitando di
prendere in considerazione i significati aggiunti appositamente a partire dalla
tradizione in latino di questo passo. Luca infatti si dimostra ottimo
conoscitore della lingua greca. Probabilmente era cresciuto ad Antiochia e poi
si era trasferito a Gerusalemme. L’inizio del suo Vangelo si può considerare
scritto con il linguaggio dei documenti ufficiali di allora e questo ci fa
pensare che egli fosse un pubblico ufficiale, medico del Tempio.
Un’annotazione:
troverete qui delle date spostate avanti di 3 anni. Sono quelli che Tiberio ha
“perso” tra il 34 e il 40 d.C. (vedere le pagine “date”
e “linea del tempo”).
È utile notare
subito che il testo ha una costruzione simmetrica.
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Epeidhper
polloi epeceirhsan anataxasJai
dihghesin peri twn peplhrojorhmenwn
en hmin pragmaton,
kaJwV paredosan hmin
oi ap'archV
autoptai kai uphretai genomenoi tou logou,
edoxe kamoi
parhkolouJhkoti anwJen pasin akribwV
kaJexhV soi
grayai,
kratiste
Qeojile, ina epignwV
peri wn kathchJhV logwn thn asjaleian.
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1a
1
B
C
A
C
B
1a
1
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Epeidhper
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Poiché proprio
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Epeidh indica una successione temporale-causale:
“dopo che”. Il rafforzamento -per
significa “proprio”, “appunto”. Luca ha trovato qualcosa di già fatto, ottimo
per lo scopo che si è prefisso.
Rileviamo
la correlazione «epeidhper polloi..., edoxe kamoi. Luca
usa la stessa correlazione in un altro documento ufficiale, il decreto del
Concilio di Gerusalemme (At 15,24-25): Epeidh... edoxen...
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polloi
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molti
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Quale
importanza ha il fatto che siano in «molti»
a ricomporre il racconto? Non può essere segno di incertezza nel trovare
informazioni sicure? Può voler dire che ci sono stati vari tentativi, nessuno
riuscito?
Oppure
la situazione è un’altra? Non è possibile che molti si fossero riuniti a
Gerusalemme per comporre un nuovo racconto che facesse emergere le ricchezze
contenute in un testo originale, come da un «tesoro»? Questo ci è suggerito
da Mt 13,52. Supponiamo, dunque, che il riordinamento di cui si parla qui
sia proprio il Vangelo di Matteo, già in greco.
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epeceirhsan
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hanno
incominciato
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È il significato più normale di epiceirew:
“hanno incominciato”, “posto mano a…” e non “tentato di…”. Nei
vocabolari di Greco troviamo questo secondo significato, ma è ricavato
proprio dagli scritti di Luca, ossia da errori di traduzione. Niente
autorizza a interpretare il verbo come se ci fossero stati tentativi
precedenti, non riusciti, e Luca si sentisse l’unico capace di dare «la
sicurezza», dopo che era passato parecchio tempo. Come si può immaginare
tanta presunzione in lui?
Qui si parla invece di un’impresa che avevano «incominciato» da poco,
in «molti».
Altre due volte Luca usa il verbo epiceirew: At
9,29; 19,13. Nel primo caso, è all’imperfetto e significa «“si accingevano
a…”, ”macchinavano di…” ucciderlo»; infatti i fratelli ebbero il tempo di
accorgersi che gli ellenisti stavano preparandosi a uccidere Paolo e poterono
allontanarlo da Gerusalemme. Nel secondo passo è all’aoristo, esattamente
come in Lc 1,1, e significa «“si misero a” invocare il nome del Signore
Gesù»: non “tentarono” di invocarlo, lo invocarono realmente, per provare
anche loro a scacciare i demoni.
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anataxasJai
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a
ricomporre
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Il vocabolario ci dice che “ana”, in
composizione con i verbi, ha il senso di “rifare”. Qui, “rifare l’ordine”. Il
significato attivo sarebbe “mettere in disordine”, “distruggere”, il medio
indica che l’ordine distrutto viene ripreso in possesso e rifatto.
Perché hanno
intrapreso il lavoro in «molti»? Quale scopo si prefiggono? Non si può
pensare che stiano riordinando ciascuno per conto proprio. In realtà abbiamo
un libro, che è il risultato di un riordinamento fatto da «molti», ed è il
Vangelo secondo Matteo, in greco.
Con questa ipotesi, che il Vangelo di Matteo sia il rifacimento di un
racconto precedente, già pubblicato, si spiegherebbero le incongruenze tra
gli scritti di Matteo, Luca e Marco. Sarebbero intenzionali e non casuali e
sarebbero state necessarie per pubblicare un nuovo libro sullo stesso
argomento.
Tuttavia,
nell’ipotesi che Matteo e i suoi scribi avessero usato alcuni ingegnosi
espedienti per cambiare il più possibile il racconto originale, dovremmo
poter ritrovare anche in questo Vangelo la pura verità storica, attraverso il
raffronto con gli altri tre. In effetti, con i presupposti che qui vengono
offerti, si può riconoscere la fedeltà storica anche di ogni informazione
fornita da Matteo.
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dihghesin
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un
racconto (ufficiale)
|
At
8,33 suggerisce che la genealogia di una persona venisse raccontata, nome per
nome, in modo sempre uguale; il vocabolo “dihghsiV” ha
una connotazione tecnica: designa un racconto di avvenimenti particolamente
significativi che poteva essere pubblicato per iscritto o espresso
pubblicamente in forma fissa, a memoria, come ci rivela Lc 1,66; 2,19.51;
24,8.
Quello
che in molti stanno riordinando è «un» racconto, non è l’unico. Quale altro
racconto possiamo pensare ci fosse già, prima dell’anno 38? Dall’analisi dei
libri del NT, si può scoprire che il Vangelo di Giovanni era già stato
scritto quasi completamente. Mancavano soltanto alcune annotazioni, scritte
in margine man mano se ne presentava la necessità e poi inserite nel testo
arrivato a noi, pubblicato dopo il 70.
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peri twn
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circa gli
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peplhrojorhmenwn
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che
si sono conclusi
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“peplhrojorhmenwn en hmin” è
una frase relativa implicita, simmetrica di “(ouV)
kathchqhV”, e, in italiano, si deve tradurre in modo esplicito.
Per il significato del verbo, vedere 2 Tm 4,5: “plhroforhson”: “compi appieno”.
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en hmin
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tra
noi
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… che
abitiamo a Gerusalemme (vedere Lc 9,51.53; 13,22; 17,11; 18,31; 19-24).
L’autore, Luca, e il destinatario del
documento, Teofilo, hanno visto la conclusione degli avvenimenti. Se esaminiamo
con attenzione l'episodio dei due discepoli che andavano a Emmaus (Lc
24,13-36), notiamo che Luca vi si esprime con una vivacità ignota in altri
passi del suo Vangelo, proprio come un giovane che è stato protagonista del
fatto.
Matteo e Giovanni, che avevano scritto la
“relazione” dei fatti riguardanti Gesù, non avevano agito di propria
iniziativa, ma per un incarico ricevuto ufficialmente da alcune autorità di
Gerusalemme. Perciò Teofilo ne era al corrente, anzi aveva contribuito a
certificare le testimonianze dell’evangelista Giovanni (Gv 19,35).
Pertanto Luca non sta scrivendo per informare Teofilo, che conosce già
i fatti, ma per un altro motivo. Quale?
L’imperatore Tiberio, nell’anno 35 circa, cercò di far approvare dal
Senato di Roma una legge che riconoscesse la divinità di Gesù Cristo (Tertulliano,
Apologeticum, 5,2), così che la religione cristiana fosse riconosciuta
come religio licita, ma non riuscì nel suo intento perché disponeva
soltanto di una relazione orale dei fatti avvenuti in Palestina e non
di una prova.
Luca, per il modo in cui scrive, si dimostra un pubblico ufficiale (Col
4,14: medico del Tempio?), mentre Teofilo era candidato al sommo sacerdozio
e amico dei Romani, perché di lì a poco (anno 40) sarebbe stato insediato
dal legato Vitellio nella carica di sommo sacerdote (Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, XVIII,7,3). Teofilo, che aveva un nome greco, e Luca, che scriveva in greco, erano
ellenisti (vedere At 6,1ss).
È legittimo arguire
che fosse stato Teofilo a fornire informazioni a Tiberio e che, dopo l’insuccesso dell’imperatore, egli abbia cercato
qualcosa di probante. Sapeva che Matteo aveva già pubblicato un suo “Vangelo”
in “ebraico” (testimonianza di Origene: Eusebio, Hist. Eccl.
VI,25,3; testimonianza di Papia: ibid. III,39,15-16; Ireneo, Adv. Haer.,
III,1,1) e si rivolse a Luca, perché lo
traducesse in greco e glielo presentasse come documento ufficiale. Egli
l’avrebbe trasmesso all’amico imperatore. Ma nel 40 Tiberio morì e della
legge in favore dei cristiani non si fece più nulla. Rimase il documento
ufficiale, come Vangelo secondo Luca.
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pragmaton,
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avvenimenti
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I fatti non vengono specificati, perché ne
parla tutto il documento evangelico.
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kaJwV
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come
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paredosan hmin
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hanno
concesso a noi
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Per
chiarezza, qui, sembrerebbe necessario un pronome che si riferisca a ciò che
viene “trasmesso”, cioè al racconto o agli avvenimenti. In realtà basta
tradurre “come ci hanno concesso” e il pronome appare inutile.
Se
poi riflettiamo un po’, ci accorgiamo che non si possono “trasmettere” gli
“avvenimenti”, se non con un racconto. D’altra parte, non si potrebbe
“ricomporre un racconto” “come l’hanno trasmesso”: o lo si conserva com’è o
lo si ricompone, non si possono fare le due cose insieme. Ma sarebbe anche
inutile trasmettere “a noi” gli avvenimenti che “sono accaduti tra noi”. Se,
per caso, “tra noi” significasse “nella nostra terra, tempo fa”, Luca si
sarebbe espresso in modo tale che non lo si potesse interpretasse in modo
bizzarro. Il verbo, perciò, non si può riferire né agli avvenimenti né al
racconto.
Tra
i «molti» che «ricomposero», c’era senz’altro anche l’evangelista Marco, che
abitava a Gerusalemme ed era ancora molto giovane (aveva una ventina d’anni),
e c’era Luca stesso («a noi»).
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oi ap’archV
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coloro dall’inizio
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Uno di questi è Levi (Matteo), che lavorava
come esattore delle tasse a Cafarnao. Una delle sue mansioni era quella di
annotare accuratamente le situazioni di chi gli doveva denaro. Un giorno vide
arrivare Gesù, lo sentì parlare, lo vide compiere azioni straordinarie. Non
venne nemmeno sera che egli già aveva scritto ciò che gli era parso subito
memorabile. Ma scriveva anche Giovanni evangelista, incaricato da conoscenti
importanti di Gerusalemme.
Ap’archV... genomenoi, come in At 26,5 ap’archV genomenhn. È un’espressione tecnica
usata per certificare che qualcuno è stato davvero in questa condizione fin
dall’inizio. Nel caso presente le condizioni da certificare sono due,
necessarie e inscindibili perché il logoV sia
valido: che sia attestato dai «testimoni oculari» e redatto da «incaricati
ufficiali».
La frase presenta un solo verbo, il participio genomenoi. Si apre (posizione forte)
con l'unico soggetto, oi,
che agiscono “fin dall’inizio”, e si chiude (posizione forte) con logou, che “fin dall’inizio” è il risultato
dell’azione. Autoptai e uphretai formano un unico predicato
nominale.
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autoptai
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testimoni
oculari
|
Autoptai è un
sostantivo, non una forma verbale; parla di persone che vedono con i propri
occhi e non include il concetto di azione compiuta nel passato, che, cioè,
queste persone siano state prima autoptai e
poi uphretai. Di
che cosa potevano essere testimoni? Dei fatti appena nominati, ma questi lo
furono “dall’inizio”, mentre Luca e Teofilo ne hanno visto soltanto la
conclusione. Conformemente a una norma consolidata del diritto, i testimoni
erano almeno due. Due o più testimoni rendono dunque autentica la relazione dei
fatti.
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kai uphretai
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e
incaricati
|
Questo termine, nella letteratura greca, indica generalmente colui che
esegue gli ordini di qualcuno («rematore sotto il comando di altri»): esegue
le disposizioni di un magistrato, dipende da un medico, ecc. Esercita un
servizio subalterno ma non è schiavo: riceve uno stipendio perché deve
eseguire in modo particolarmente preciso e fedele il suo servizio. È, di
solito, un funzionario pubblico.
Matteo e i suoi scribi erano funzionari pubblici che riscuotevano le
tasse ed erano in grado di scrivere un «verbale».
In Lc 4,20, il termine è usato con il significato di “incaricato dei
rotoli sacri”.
Nel considerare la possibilità che il vocabolo
assuma qui il significato, legittimo, di "ministri" o "servitori",
ci è di poca utilità l’espressione di At 6,4: «diakonia tou logou». Diakonia indica normalmente un
servizio, ma gli Apostoli chiesero di potersi dedicare (At 6,4) in primo
luogo «alla preghiera», che comprendeva lo svolgimento del ministero
sacerdotale affidato da Gesù, e poi «al servizio della parola», secondo il
comando di Gesù di rendergli
testimonianza. Il compito degli Apostoli era quello di testimoni,
amministratori dei misteri di Dio ed esecutori dei comandi di Gesù (At 26,16;
1 Cor 4,1), non di «ministri della parola».
Qui, dunque, si parla di autoptai e di uphrhtai, due parti giuridiche che
hanno concorso a produrre il logoV,
scritto e valido per uno scopo legale (asjaleian):
la parte che vede gli avvenimenti (autopthV) e
la parte che li scrive materialmente in modo fedele e autentico (uphrethV). Per noi, tanto lontani
nel tempo, i due termini servono anche a offrirci un significato particolare
di “logoV”: la narrazione di
chi ha visto direttamente i fatti, scritta e autenticata da pubblici
ufficiali (per il giovanissimo testimone e relatore Giovanni hanno
certificato altri, come vediamo in Gv 3,33; 19,35; 21,24).
Ora,
Matteo e Giovanni furono testimoni, ma erano contemporaneamente pubblici
ufficiali o fiancheggiati da pubblici ufficiali, cosicché le due parti
coincisero, e la loro «relazione» scritta assunse grandissimo valore
giuridico, perché era stata scritta da almeno due pubblici ufficiali mentre
vedevano accadere i fatti.
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|
genomenoi
|
che
sono stati
|
Questo participio aoristo è usato con lo stesso
significato («trovarsi a essere») in At 26,5, che è un testo giudiziario (thn ap’archV genomenhn);
ma anche in At 15,25 (decreto del Concilio di Gerusalemme), che è una
formula simile al Prologo di Luca.
Lc 1,1-4 è una formula tecnica per presentare
un documento ufficiale, quale è interamente il Vangelo di Luca.
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tou logou,
|
della
relazione
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Per
capire il senso esatto di questa parola, tra i numerosi suoi significati, c’è
un sicuro temine di confronto nei “logoi” menzionati poco avanti, “che hai
udito”, “ricevuto a voce”, e riguardo ai quali è richiesta una “certezza”,
una “convalida”.
Era
«la relazione» in "ebraico", forse in aramaico con citazioni ebraiche
delle Scritture, degli avvenimenti che riguardano Gesù, che Matteo e altri
scribi avevano steso immediatamente dall’inizio. Non si poteva scrivere
qualcosa di più valido.
Il logoV scritto dai testimoni era stato pubblicato, come testimoniano
Papia, Ireneo e Origene e come si può dedurre dal fatto che coloro che lo
ricomposero furono costretti a cambiare tutto ciò che era possibile.
Aveva
un aspetto frammentario, essendo fatto di "appunti di cronaca", e
per questo «molti» lo vollero «ricomporre».
Il
singolare logou ha lo stesso
significato del plurale logwn che
incontriamo dopo, altrimenti l’autore avrebbe spiegato in qualche modo il
significato diverso. Il plurale indica dei logoi a
voce, contrapposti a tutto il resto che serve a produrre una prova scritta,
partendo da un logoV scritto.
LogoV era il ragionamento, il contenuto (non il
"vocabolo") che doveva essere comunicato:
— proclamato a voce, in ambiente
greco-ellenistico (vedere At 15,27.32);
— scritto, in ambiente ebraico, in
particolare in quello legato al Tempio (e Luca è legato al Tempio: Lc 24,53),
dove vigeva la cultura del libro, dei rotoli, della fedeltà alla parola
scritta (vedere Lc 16,6-7.17); ma anche per i Romani valeva lo scritto
(vedere Gv 19,22; At 25,26).
Il
significato di "scritto" si può dedurre dal confronto con At 1,1, dove
logoV significa chiaramente
"relazione, resoconto" scritto, per cui lo si può tradurre con
"libro". Anche Luca (At 1,1), dunque, ha prodotto (epoihsamhn) un logon (Il Vangelo, relazione di avvenimenti), e poi
un secondo (Atti degli Apostoli).
Particolare
attenzione merita il termine logoV nel
Nuovo Testamento: in generale esso significa “il discorso che serve a rendere
testimonianza di qualcosa o di qualcuno”:
— è,
per eccellenza, Colui che, in tutte le
sue espressioni, rende testimonianza a Dio (Gv 1). È Colui che, presso Dio, ha la vita («la vita era
la luce degli uomini»); è, in Dio, Colui che comunica agli uomini vita e
luce; è Colui che stabilisce la relazione tra il Padre e gli uomini;
— di conseguenza, “la parola di Dio” indica la
comunicazione, scritta o a voce, di tutto ciò che Dio ha rivelato nell’Antico
Testamento e Gesù Cristo ha portato a compimento.
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edoxe
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ho deciso
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Latino placuit: esprime una
decisione autorevole e ufficiale, come At 15,22.25.28.
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kamoi
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anch’io,
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Al centro della simmetria: il funzionario Luca
si rende garante di tutto ciò che è scritto nel documento.
Luca probabilmente era
medico del Tempio e, perciò, molto abile nel tradurre dall’aramaico al greco
e viceversa, dati i rapporti continui tra il personale del Tempio e i romani
dominatori. Gli ebrei disdegnavano la medicina e assumevano persone non ebree
come medici del Tempio. Luca non veniva dalla circoncisione (Col 4,11).
Come
“molti hanno incominciato a ricomporre un racconto”, anche Luca, avendo l’autorizzazione
degli autori, si permette di far uso del logoV.
Il
racconto è già stato pubblicato, perciò Teofilo può verificare l’esattezza
della traduzione di Luca. L’evangelista, con esatta cognizione di causa, lo traduce,
lo completa, lo trascrive ordinatamente e gli dà i requisiti di un documento
ufficiale, da presentare all’autorità ebraica e romana.
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parhkolouJhkoti
|
dopo
aver acquisito
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Luca
spiega come, introducendo nel racconto di Matteo notizie che non c’erano, ha
potuto ugualmente scrivere a Teofilo una prova documentaria valida.
Luca
era giovane, ma lavorava già con un compito pubblico a Gerusalemme quando
Gesù ha iniziato la sua predicazione. Lo possiamo comprendere leggendo il
racconto dei due discepoli che si recano a Emmaus (Lc 24,13-33). Se lo
traduciamo con cura, scopriamo che Luca lo racconta con un’immediatezza e una
spigliatezza giovanile non evidenti in altre parti del suo Vangelo. Inoltre
non rivela il nome del secondo discepolo, che pure è un importante testimone
della Risurrezione. Questo discepolo anonimo non può essere che Luca stesso.
Per modestia, non può dire apertamente di essere stato testimone privilegiato
di un’apparizione di Gesù risorto ma, nello stesso tempo, dimostra di essere
stato protagonista di quel fatto, il secondo testimone necessario legalmente.
Così
scopriamo che Luca ha fornito il suo aiuto giuridico a Gesù Cristo nella vita
pubblica e, dopo la Pasqua giudaica dell’anno 32, ha
registrato il vessillo con il simbolo di Gesù per il suo accesso a
Gerusalemme (Lc 9,51).
Proprio
perché era pubblico ufficiale e anch’egli testimone di alcuni avvenimenti ha
potuto aggiungere autorevolmente sue testimonianze a quella relazione
autorevole, trascrivendola ordinatamente, per costituire la prova.
Nel Vangelo di Luca troviamo spesso
l’espressione: kai egeneto («e avvenne»)... Si
dichiara così, come in una deposizione di fronte a un magistrato, che i
fatti raccontati sono avvenuti esattamente come è scritto.
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anwJen
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da cima (a fondo)
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Vedere anche At 26,5.
Il significato “da cima (a fondo)”, che è evidente in Gv 19,23, oppure
“(giù) dall’alto”, permette di interpretare adeguatamente il vocabolo,
ovunque appare nei Vangeli.
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pasin
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ogni
cosa
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Luca non avrebbe raccolto alcun elemento di
prova se avesse “ripercorso diligentemente” i “tentativi” di scrivere
il racconto che altri avevano compiuto senza successo.
Dobbiamo intendere così: tutti a Gerusalemme
avevano visto la conclusione dei fatti, i testimoni e scrivani pubblici
avevano steso la relazione dall’inizio, Maria “conservava nel cuore tutte le
parole” che servivano a raccontare la sua vicenda, Luca dunque ha acquisito
tutto dall’inizio alla fine dei fatti.
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akribwV
|
con
esattezza
|
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kaJexhV
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ordinatamente
|
Luca doveva riportare fedelmente e in ordine
cronologico il “logoV”. Ma ciò non
impediva al nuovo autore di aggiungere altre testimonianze. Egli, che in
parte aveva visto con i propri occhi, dimostra al lettore del suo Vangelo di
saper bene dove e come interrompere il racconto di Matteo per inserirvi, nel
giusto ordine di tempo, le testimonianze che aveva acquisito personalmente.
Vedere At 11,4; 18,23.
|
|
soi
|
a te
|
Teofilo era figlio del sommo sacerdote Anna, ma
aveva un nome greco. Doveva essere figlio di una moglie ellenista di Anna; a
Gerusalemme erano presenti numerosi ebrei ellenisti (At 6,9). Il “logoV” in causa era già stato pubblicato da Matteo,
in “ebraico”, e Teofilo lo conosceva. Ma il nome e la cultura greca di questo
sacerdote furono per Luca un buon pretesto per trascrivere tutto in greco,
per un uso legale che richiedeva la lingua ufficiale dell’impero romano.
|
|
grayai,
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scrivere,
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Scrivere con esattezza quanto (sia scritto che
a memoria) è stato acquisito (termine legale), è sufficiente a produrre una
prova documentaria.
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kratiste Qeojile,
|
eccellentissimo
Teofilo,
|
Il titolo kratistoV
viene attribuito, negli Atti degli Apostoli, anche a Felice (At 23,26; 24,3) e
a Festo (At 26,25), procuratori di Roma in Palestina. Si tratta dunque di un
titolo dato a persone che hanno ottenuto il potere da Roma, proprio come
Teofilo, insediato nella carica di sommo sacerdote da Vitellio, legato di
Tiberio,
dall’anno 40 al 44 (Flavio Giuseppe, Antichità
Giudaiche, XVIII,123; XIX,297).
Quindi Teofilo era al livello di questi e
apparteneva alla classe politica come loro, non era un personaggio che si
confondesse con molti altri dello stesso nome, oppure un’autorità
ecclesiastica.
In quegli anni la Chiesa era in pace per tutta la Palestina, a opera
appunto di Teofilo (At 9,31).
Non dobbiamo aspettare altre prove, ad esempio ritrovamenti
archeologici, per essere certi di questa identità di Teofilo. Infatti si
tratta di una possibilità reale e di un elemento che risolve molte questioni
storiche. Quali scoperte archeologiche ci potrebbero dire tutto quello che si
è potuto raccogliere qui?
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ina epignwV
|
perché (tu) veda
|
In contrapposizione a kathchJhV. Teofilo ha già «udito» le
relazioni a voce. Luca vuole mettere in mano a Teofilo un documento
visibile, scritto, perché le relazioni orali non erano state sufficienti per
lo scopo che Tiberio si era prefisso.
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peri wn (= twn...
|
circa
le
|
È essenziale, qui, notare l’attrazione del nome
logwn, in caso genitivo, sul
pronome relativo in caso accusativo. Questo accusativo non è stato
riconosciuto nella traduzione latina della Vulgata, curata da S. Girolamo, e
ciò ha sminuito il valore documentario dei Vangeli, impedendo anche di
comprendere la storia della loro origine. Questa parola di sole due lettere
causa una catena di considerazioni logiche. È ben diverso che Luca sostenga
«la verità delle parole circa le quali sei stato informato», o che produca
«la certificazione circa le relazioni che ti sono state inoltrate a voce».
Tutto dipende dalla traduzione di wn.
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...ouV) kathchJhV
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che
hai udito (= ricevuto a voce)
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L’esempio
di At 21,21 (kathchqhsan =
«hanno sentito dire») ci mostra chiaramente quale significato attribuiva Luca
al verbo, mentre At 21,24, «kai gnwsontai panteV oti wn (=ekeinwn a) kathchntai peri sou ouden estin», ci
permette di confermare che esso regge l’accusativo dell’argomento udito, come
è classico. Infatti, in quel passo troviamo la stessa attrazione (wn = ekeinwn a), in presenza dello stesso verbo, e ci è
possibile affermare che è avvenuta tra un pronome relativo in caso genitivo
e uno in caso accusativo.
In
conclusione: il verbo kathchw non
indicava ancora la specifica “catechesi” cristiana, ma una generica
comunicazione a voce.
Teofilo,
dunque, ha visto Gesù, si è informato di ciò che non ha visto e ha inoltrato
delle relazioni a voce a Tiberio, probabilmente con l’assenso di Pilato
(Tertulliano, Apologeticum, 5,2).
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logwn
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relazioni
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Si può ragionevolmente ritenere che, tanto al
singolare che al plurale, in quest’unico periodo sintattico, logoV abbia lo stesso significato: «relazione,
resoconto». Perciò logou e logwn appaiono in contrapposizione scritto - orale.
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thn asjaleian.
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la documentazione.
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Questo
vocabolo, posto in evidenza alla fine del pezzo, lo determina completamente, richiamando
per simmetria dihghesin.
Prendiamo come riferimento At 25,26: asjaleV ti grayai
significa "qualcosa che vale come prova legale (per l’autorità di Roma:
Cesare), da scrivere", in quel caso specifico è una confessione
dell’imputato Paolo di Tarso. Asjaleia
(astratto per il concreto) ha un significato corrispondente: «il documento
scritto valido come prova» (per l’autorità giudaica e romana).
Luca
vuole fornire a Teofilo un documento scritto, secondo l’esigenza legale. Per
l’autorità romana (Gv 19,22; At 25,26), come per quella ebraica (Lc
16,6-7.17) valeva ciò che era scritto.
Con la “relazione” di Matteo e con altri racconti di testimoni, conservati
«nel cuore», Luca compone la «prova» per l’«eccellentissimo Teofilo» e ci
fornisce così anche una data: prima dell’anno 40 quando Tiberio era ancora
vivo.
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L’IMPORTANZA
DEL DOCUMENTO
Per
stabilire come sono stati scritti tutti e quattro i Vangeli è determinante questo
passo di Luca, che spiega il procedimento seguito dall’evangelista, in effetti
riscontrabile nel suo Vangelo.
Ma
questa testimonianza è sembrata poco interessante, già alla fine del I secolo.
Per i
grandi cambiamenti storici, che separarono il tempo in cui erano stati scritti
i Vangeli dal tempo in cui furono ripresi dai Padri della Chiesa, come
documenti necessari a conoscere Gesù Cristo, ci fu un ribaltamento di punto di
vista. Il perno di ciò fu la caduta di Gerusalemme e la distruzione del Tempio
nell’anno 73, ossia la fine di una situazione e di una cultura che i Vangeli
danno per scontata. L’intenzione di chi aveva scritto era di fornire
testimonianze sicure, non immaginando nemmeno quali rivolgimenti ci sarebbero
stati di lì a pochi anni. In seguito i Padri, riprendendo in mano i Vangeli,
non riuscivano più a trovare le notizie storiche necessarie e non avevano più
l’interesse di Luca a mantenere l’amicizia con gli Ebrei e con Roma. Infatti,
nel 67, erano iniziate le persecuzioni di Roma contro i Cristiani ed erano
cresciuti sempre più i contrasti tra questi e gli Ebrei.
Se,
dunque, Lc 1,1-4 non fu più capito, nemmeno tutto il resto dei Vangeli fu storicamente
compreso. A tal punto che non era più possibile sapere in quale lingua
fossero veramente gli originali.
Così,
molti aspetti dei Vangeli sono rimasti oscuri e sono divenuti più difficili di
quanto lo siano in realtà. Ciò
portò inevitabilmente all’interpretazione un po’ moralistica della parole di
Gesù e a considerare i libri sacri e la stessa la fede come alquanto
indipendenti dai fatti materiali della Rivelazione.
La Chiesa cattolica non ne ha molto risentito, ma in conseguenza di
ciò ha preso viva coscienza dell’altro fondamento della fede: la Tradizione
vivente. Tuttavia è rimasto sempre forte
il bisogno di scoprire con quale fedeltà storica i Vangeli raccontino gli
avvenimenti, perché agli inizi la fede si era fondata solidamente sui fatti,
mentre sembrava che questo tipo di fondamento non fosse stato conservato nei
quattro Vangeli, per le apparenti incoerenze dei racconti.
Ora abbiamo visto che è
possibile ritrovare il senso logico di Lc 1,1-4, per cui è possibile ritrovare
il significato logico di molti altri passi
dei Vangeli; fino a scoprire che la logica dei testi si ritrova soltanto in
quelli scritti in greco, che appaiono, così, originali. Ogni evangelista
si è espresso chiaramente e non ci sono significati congetturali, come se ci
fossero state, di mezzo, traduzioni effettuate senza capire il senso.
Allora è
anche possibile riscoprire tutto lo svolgersi dei fatti storici, in modo pienamente
coerente con la situazione di quel tempo, fino a renderci i Vangeli come
testimonianze storiche incomparabili.
Matteo era esattore delle tasse a
Cafarnao, dove Gesù andò ad abitare «all’inizio» della predicazione. Insieme ad
altre persone, incominciò subito ad annotare quello che Gesù diceva e faceva,
momento per momento. E lo fecero su "quaterni", "in lingua
ebraica". Alla fine riunirono i quaterni in un codex e lo pubblicarono.
Da parte sua, Luca, che era pubblico ufficiale a Gerusalemme, era
presente alla morte di Gesù ed è uno dei due discepoli che si dirigevano a
Emmaus il giorno della risurrezione. Aveva la possibilità di usare il racconto
scritto di Matteo e lo tradusse in greco.
Il libro risultava,
però, dispersivo, per cui un gruppo di scribi si prese l’incarico di
rielaborarlo, ancora sotto la supervisione di Matteo. I «molti», che
intrapresero il lavoro, erano per lo più scribi ellenisti-cristiani di
Gerusalemme.
In tal modo Luca ci spiega come nasce il Vangelo greco secondo Matteo:
«riordinando» l’insegnamento di Gesù.
Quando i «molti» si accinsero al lavoro di ricomposizione, Luca
s’incaricò di trascrivere il libro "ebraico" di Matteo, nell’ordine
esatto che aveva, e vi inserì in ordine di tempo tutte le testimonianze
acquisite personalmente. Compose in tal modo un documento ufficiale e lo
presentò, a Gerusalemme, al sommo sacerdote Teofilo, dietro sua richiesta.
Questi era in carica per opera di Vitellio, legato di Tiberio in
Siria-Palestina.
Così nulla è andato
perso degli scritti evangelici. Sarebbe stata un’imperdonabile negligenza!
Venendo ai nostri
giorni: tutto il fervore scientifico degli ultimi tre o quattro secoli non è,
per caso, un segno della Provvidenza che vuole darci i mezzi per restituire ai
Vangeli tutta la concretezza originaria?
La scienza con la sua
critica ha reso sempre più impellente una verifica storica dei Vangeli; ma ha
pure fornito gli strumenti per indagare e sviluppare nel modo più concreto
quanto è contenuto in essi, così che lo si possa verificare secondo i parametri
di giudizio culturali e scientifici di oggi. Con un profondo lavoro critico è stato possibile ricostruire, con
pochissime incertezze, i testi originali, cosicché siamo in contatto diretto
con gli evangelisti e addirittura, soprattutto nel Vangelo di Giovanni, con
Gesù Cristo che conosceva il greco.
Già dopo questa breve
analisi si scopre che nulla dei Vangeli è storicamente insignificante, per cui
è possibile approfondire all’infinito la loro realtà e concretezza storica, nei
vari aspetti scientifici, senza temere alcuna verifica.
Dopo di che la scienza,
che è considerata la concretezza di oggi, diventa «ancella» sempre inadeguata
del Vangelo, perché ha l’opportunità di ricavare tutte le implicazioni
scientifiche, utili per la vita di oggi, da quei fatti concreti e buoni di 2000
anni fa. Ha la possibilità di svilupparne la straordinaria verità.
Giovanni Conforti
Aggiornato il 27 agosto 2010
Link:
http://www.paginecattoliche.it/Sordi_Vangeli.htm
Iniziativa personale di un
laico cattolico, Giovanni Conforti - Brescia - Italia.
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